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COLOMBIA NEL CAOS CHI COMANDA... DUQUE O URIBE?

di Elisabetta Righi Iwanejko


Nel totale disinteresse dei media e delle cancellerie occidentali, da settimane regnano caos e disordine in Colombia: il casus belli è stata l'annunciata riforma fiscale che avrebbe determinato una sorta di macelleria sociale. Una riforma che prevedeva sostanziali tagli di bilancio a scuola e sanità, allargando il divario tra ricchi e poveri e aumentando il costo dei principali generi alimentari carne, latte, uova, pesce.
La rabbia popolare sfociata nel "Paro Nacional" ha costretto il Presidente Duque a ritirare la riforma, ha causato le dimissioni del Ministro dell'Economia, ha convinto l'esecutivo ad avviare tavoli di confronto con i partiti del Congresso, con sindacati, associazioni di categoria, comitati civici. Tuttavia gli scontri di piazza che avevano provocato inizialmente oltre 10 morti, sono proseguiti con saccheggi e devastazioni, costringendo Duque a schierare l'esercito in strada. Una riforma arrivata nel peggior momento possibile considerato che la Colombia, così come molti altri Paesi dell'America Latina, si trova impantanata in una disastrosa situazione economica e sociale a causa del Covid e in piena terza ondata. Moltissime attività commerciali ed industriali hanno chiuso i battenti, la disoccupazione è in aumento (16,8% nel mese di marzo 2021) ed è dunque impensabile in un momento del genere imporre un aumento della tassazione. Basti pensare che l'economia del paese è calata del 6,8% nel 2020.
Epicentro degli scontri Cali, capitale della Valle del Cauca, città di circa due milioni e mezzo di abitanti, già protagonista dell'altro "Paro Nacional" del novembre 2019. Come allora le unità anti-sommossa della polizia hanno represso qualsiasi forma di contestazione con estrema brutalità tanto che vari osservatori nazionali hanno segnalato violazioni delle garanzie di legge e dei diritti umani.
Dura la reazione della portavoce dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani dell'Onu, Marta Hurtado, che ha parlato di uso estremo della forza da parte della polizia e di violenze e minacce subite anche dal personale che si occupa del monitoraggio dei diritti umani. La Hurtado ha poi dichiarato: "…Ricordiamo alle autorità colombiane la loro responsabilità nel proteggere i diritti umani, inclusi quello alla vita e alla sicurezza personale, nonchè di agevolare il diritto di aggregazione e manifestazione pacifica".
Su indiretta sollecitazione del suo padrino politico Alvaro Uribe che aveva suggerito con molteplici twitter di inviare le truppe a Cali, il Presidente Duque ha motivato l'impiego dei militari per proteggere i poliziotti e i cittadini onesti. Anche il Sindaco di Cali ha ringraziato il mandatario per le misure deliberate in quanto i blocchi stradali impediscono l'afflusso di cibo e medicine nella città ribattezzata "La succursale del cielo" dal motto dei Giochi Panamericani 1971 rimasti celebri per l'incredibile ospitalità dei calenos che aprirono le porte delle loro case agli atleti giunti da tutte le Americhe. Nella metropoli si è scatenata una sorta di guerra tra ricchi e poveri con i residenti dei quartieri delle classi medie-borghesi che sentono minacciate le loro vite e le loro proprietà dalle azioni di vandalismo delle ultime settimane. Secondo le autorità gli autori di tali crimini sarebbero i più poveri, in grande parte indigeni, infiltrati da sobillatori venezuelani.
Sulla grave situazione pesa un logico e sensato interrogativo: chi comanda in Colombia Duque o Uribe? Ivan Duque Marquez, sconosciuto senatore eletto Presidente nel maggio 2018, è una creatura di Alvaro Uribe Velez, Presidente dal 2002 al 2010, che ha sradicato la guerriglia comunista delle Farc, utilizzando le formazioni paramilitari che contribuirono nel 1993 e nel 1997 alla distruzione dei cartelli della droga di Medellin e Cali. Nell'estate 2019 Uribe è stato posto agli arresti domiciliari per un mese e ha dovuto lasciare lo scranno in Senato poichè indagato per crimini di guerra. Tutti gli inquilini della Casa Bianca hanno difeso Uribe essendo la Colombia l'avamposto americano contro il comunismo in Sudamerica. Pertanto Duque viene considerato una marionetta nelle mani di Uribe che prende gli ordini da Washington. Infatti nè Biden nè il Dipartimento di Stato hanno commentato il sanguinoso bilancio del "Paro Nacional" 42 morti, molti scomparsi, centinaia di persone sottoposte a torture e interrogatori al limite della legge, giornalisti minacciati di morte, accesso ad internet sospeso proprio a Cali. All'orizzonte aleggia lo spauracchio delle presidenziali del maggio 2022: Duque non è ricandidabile e si rischia una vittoria di Gustavo Pedro, ex guerrigliero di origine italiana, sindaco di Bogotà (2012-2015), sconfitto nel 2018 al ballottaggio dall'attuale Presidente, che potrebbe trasformare la Colombia in un secondo Venezuela. Nell'ultimo discorso televisivo Duque ha accennato all'introduzione dello stato d'assedio e alla legiferazione per decreto-legge estensibile fino a 180 giorni. Un golpe militare organizzato da Uribe e dai vertici delle forze armate sarebbe l'exit strategy per evitare l'insediamento di Pedro alla Casa Narino.

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