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Giovanna Melandri, presidente di Uman Foundation

La finanza sociale sta contribuendo ai processi di empowerment femminile.

L'8 ottobre si èsvolto a Roma l'Annual Meeting di Uman Foundation sulla finanza sociale (aula Magna della LUISS, viale Pola 12, dalle 15). Intervista a Giovanna Melandri, presidente di Uman Foundation, che farà parte della Task force internazionale sugli investimenti ad impatto sociale, promossa dal premier David Cameron, in occasione della presidenza inglese del G8. La finanza sociale è frutto di una innovazione che parte da lontano. Un ponte tra risorse e necessità, rispondendo alle emergenze sociali più pressanti.

La povertà mondiale è purtroppo anche una questione di genere. Il 70% circa dei poveri è donna. Il "differenziale retributivo di genere" è in media del 23% e alle donne vengono concessi prestiti con difficoltà. Cosa può fare quella che è chiamata finanza sociale?

Già da tempo, la finanza sociale sta contribuendo positivamente ai processi di empowerment femminile, soprattutto nei contesti rurali dei paesi in via di sviluppo. Penso al ruolo che il microcredito ha avuto nel favorire i processi di autonomia lavorativa delle donne. Nello sviluppo del modello di microcredito di Yunus, il ruolo della donna come auto-imprenditrice e, di conseguenza, generatrice di reddito per il nucleo famigliare, è stato fondamentale. Milioni di donne oggi hanno avviato un percorso di autonomia, grazie alle opportunità del microcredito. Accanto al modello del microcredito, si sono via via sviluppati nuovi strumenti, tra i fondi impact, ad esempio, vi sono diverse esperienze legate al protagonismo delle donne nell'imprenditoria sociale.

Cosa è un impact investment? Un esempio concreto?

Il principio di un fondo impact è quello di sostenere modelli di business fortemente orientati ai bisogni delle comunità, producendo un ritorno contenuto per gli investitori. Uno degli esempi migliori per capire il funzionamento di investimento ad impatto è la cooperativa ruandese Musasa. Nel 1994, all'indomani del tragico epilogo del genocidio in Ruanda, la produzione del caffè, uno dei settori più importanti per l'economia del paese, era sostanzialmente inattiva. Molte donne, rimaste vedove a causa del genocidio, costituirono una cooperativa, e si misero alla guida delle aziende agricole, portando avanti la produzione del caffè. Il successo della cooperativa si scontrò presto con un problema di difficile soluzione, soprattutto in assenza di risorse. I contadini non riuscivano a trasportare il prodotto presso gli impianti di lavorazione e stoccaggio della cooperativa. Attraverso un prestito di Root Capital, uno dei più interessanti fondi impact, la cooperativa Musasa riuscì a costruire un rete di raccolta e lavorazione del caffè. Oggi la cooperativa gestisce una rete di mini-stazioni di lavaggio e vendita del caffè e fornisce ai soci una serie di servizi che hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali. Ecco, l'impact investment è un investimento fatto nel bene.

Abbiamo invece ormai familiarità con il microcredito per le donne nei Paesi del sud del mondo. Avrebbe senso pensare ad una cosa del genere in Italia?

Assolutamente si. Il tasso di partecipazione femminile al lavoro è uno dei grandi problemi del nostro sistema produttivo. Alcuni studi, hanno dimostrato che ad un incremento dell'occupazione femminile, corrisponderebbe una crescita sensibile del PIL. Nel meridione queste dinamiche sono allarmanti, secondo i dati Istat del 2012 una donna su 5 al Sud era disoccupata, una quota in crescita del 3,2% rispetto al 2011 e la percentuale aumenta considerando la fascia d'età 15-24 anni: in questo caso il tasso di disoccupazione femminile sale al 49,9% al Sud. Il microcredito, se ben utilizzato e accompagnato dalle istituzioni e dalle banche, può consentire di avviare processi virtuosi, laddove sono venute meno le condizioni per generare occupazione in settori economici tradizionali. Il microcredito è un prezioso strumento per sostenere, soprattutto in questi tempi di crisi, i settori più fragili delle società, che non hanno modo di accedere al credito, per fare impresa. Alcune esperienze di microcredito in Italia sono sicuramente interessanti, penso al lavoro che da tempo sta portando avanti Cariplo.

Sembra esserci una certa difficoltà, nel sentire comune, a combinare le parole finanza e donne. Manca una cultura di genere in tal senso in Europa?

Si è molto probabile vi sia un problema di genere, almeno in Europa. Se guardiamo agli USA, nel settore degli investimenti ad impatto e della filantropia strategica, gran parte delle più importanti fondazioni e fondi hanno leadership al femminile. La Rockefeller Foundation, l'attore chiave del percorso fondativo degli investimenti impact, è guidata da Judith Rodin. Altri due tasselli centrali di questo disegno complesso, come Acumen Fund e Skoll Foundation, sono diretti da Jaqueline Novogratz e Sally Osberg. Pamela Hartigan, che siede nell'Advisory Board di Uman, dirige uno dei più importanti appuntamenti internazionali come lo Skoll World Forum. La filantropia globale conta sulle competenze, talento e l'energia di tante donne autorevoli e preparate. Mi auguro che anche in Italia questo percorso sia fortemente sostenuto da leadership femminili.

Virginia Lori da Giulia.globalist.it

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