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Il potere è donna?

di Elisabetta Righi Iwanejko

"Il Potere deve essere la nostra prossima sfida. Un Potere che condivide invece di comandare, che unisce e non separa, che governa con giustizia e umanità. Un Potere sostenibile e che innova. Un Potere orizzontale, fatto non di forza e prevaricazione ma di consenso e inclusione, che non si conquista per cooptazione (maschile) ma per merito. Con questo Potere dobbiamo contaminare la società, l'economia, la politica e diventare Protagoniste delle sfide che ci attendono".

Le parole dell'On.le Lella Golfo, Presidente della Fondazione Marisa Bellisario di cui sono Coordinatrice per la Repubblica di San Marino non può non far riflettere sul termine "Potere", sul suo significato e valore quando viene accostato alla figura femminile nel mondo del lavoro e nel privato soprattutto oggi legato al mondo della politica.

Sulla parità, sull'inferiorità o sulla supremazia della donna nel mondo del lavoro se ne sono dette e scritte tante: molti sono luoghi comuni più o meno vicini alla realtà, dettati da pregiudizi o da timori, da superficialità o da giudizi affrettati.
Oppure, più semplicemente, concetti abbastanza scontati perchè maturati sulla base di occasionali esperienze. In questo modo diventa molto difficile affrontare un argomento così sentito e con la presunzione di dire qualcosa di veramente utile e nuovo.
Il mio intendimento è quello di individuare alcuni aspetti di vita di noi donne alle prese con il lavoro di tutti i giorni. Al contrario degli uomini, i quali tendono ad affrontare i problemi nel loro insieme e a valutarli nel loro complesso, le donne sono molto più attente ai particolari. Nel lavoro quotidiano questo atteggiamento, è importante e tanto più lo diventa se si tratta di un lavoro che comporta una rete di contatti sociali e di relazioni: il dar peso a dettagli su cui gli uomini in genere, sorvolano perchè li ritengono di scarso rilievo, rende la donna più profonda, più precisa nella comprensione dei problemi.

E' evidente, che per questa maggiore profondità di comprensione, per la donna sia psicologicamente meno difficoltoso coniugare il proprio ruolo famigliare con quello lavorativo. Del resto anche questo fa parte di quella flessibilità che è richiesta alle donne in maniera quasi scontata, come se la sua condizione di storica subordinazione implicasse una sua disponibilità naturale a gestire ruoli diversi.
E se sul luogo di lavoro la flessibilità è richiesta, in famiglia è spesso pretesa. Questi aspetti sussistono spesso anche quando raggiunge elevati gradi di comando: è un fatto che di rado le donne siano coinvolte direttamente nelle decisioni di vertice e, quando è necessario, ci si rivolga ad un "esperto". Ad una "esperta" non si pensa quasi mai.
Per tutta questa serie di motivi, sono portata a credere che anche una donna dirigente si trova spesso collocata in posizioni operative che la obbligano ad uno sforzo interpretativo delle decisioni politiche; ciò costa sicuramente fatica, ma può condurre ad una visione più ragionata e consapevole delle strategie da adottare.
Esiste poi un dato di fatto che, fatte salve alcune eccezioni, caratterizza l'atteggiamento mentale delle donne rispetto a quello degli uomini. Gli uomini, fin da giovanissimi si abituano a considerare il lavoro e la carriera come una lotta da cui dipende la selezione della specie; la carriera è una guerra che richiede combattività, grinta e capacità di farsi valere. La donna invece, raramente ha questa pretesa, non si impone, ma attende più o meno pazientemente, il riconoscimento altrui. Per questo motivo probabilmente, le carriere al femminile sono più rare e spesso gli uomini sottovalutano la capacità di carriera al femminile, salvo poi entrare in conflitto di coppia.

E' molto divertente questa diffusa sottovalutazione da parte degli uomini perchè finisce spesso col costar cara a chi la commette. E' infatti molto raro che un uomo accetti di vedere una possibile concorrente o rivale nella sua collega, dà per scontata la propria superiorità, e si accorge troppo tardi di essere stato sorpassato proprio da lei. Con ciò non ritengo affatto che le donne preferiscono atteggiamenti remissivi, ma devo anche riconoscere che la maggiore aggressività femminile sul lavoro si manifesta nei confronti di altre donne.
In questo senso devo oltremodo constatare, che la solidarietà delle donne prende corpo solamente quando si tratta di battaglie collettive, nel nome della categoria femminile, mentre scompare del tutto quando dovrebbe riguardare i rapporti diretti fra singole persone.
E' raro che si manifesti stima reciproca fra le singole donne, quindi è evidente che serve una stategia nuova per stimolare il diffondersi di questa solidarietà "ad personam" che oggi non vedo.

In conclusione penso che sempre, nella vita privata come in quella pubblica, sia utile per tutti, uomini e donne, affrontare la realtà con rispetto per le reciproche capacità vivendo in maniera sorridente ed equilibrata; in questo le donne riescono meglio degli uomini, ma anche in questo gli uomini farebbero bene a seguire l'esempio delle donne!

Elisabetta Righi Iwanejko

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