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E il voto delle donne? Felici per le elette ma non contente

di Marta Ajò


I dati.
Una breve pausa di riflessione.
Ed ora parliamone, senza peli sulla lingua, senza tatticismi di parte, con la predisposizione al dialogo, al confronto.

Parliamo e sfoghiamoci. Come solo accade fra donne doloranti.

Perché anche questa volta, chiamate a fare la nostra parte per costruire il futuro di un' Europa migliore per noi, ma sopratutto per le generazioni dopo di noi, rileggendo i dati elettorali dobbiamo confermarci che non siamo riuscite a contare né numericamente né politicamente. Felici per le elette ma non contente.

La nostra storia testimonia vittorie e fallimenti, purtroppo questi ultimi superiori alle cose ottenute sulle quali campiamo da decenni di rendita.

Aborto-divorzio, divorzio aborto. Ma mettiamoci in testa che quelle richieste non avrebbero ottenuto il successo che ebbero solo con le nostre forze, senza gli uomini. Perché i valori e le ragioni vanno ugualmente distribuite e condivise. Quando la società nel suo insieme sa chiedere alla politica essa è obbligata a farsene carico e l'elettorato a rispondere. La società di allora aveva maturato in sé i germi dell'emancipazione da vecchi strumenti che impedivano il diritto alla libertà di scelta che riguardava ogni cittadino.

Quelli erano referendum popolari, non un progetto di poche/i carbonari.

Ecco perché poi il movimento che in questo paese rappresenta le donne, sia esso politico associazionista, culturale ecc,non ha fatto passi avanti di rilievo.

Certo, non lasciamoci annegare nel pessimismo, non fustighiamoci oltre il dovuto. Riflettiamo però sul dato che molte delle cose che si sono mosse nel nostro Paese sono state condizionate e raccomandate dall'Europa che ha costretto gli stati membri a seguire alcune politiche fra le quali quello dell'uguaglianza di genere.

Anche la doppia rappresentanza è una di quelle, l'abbiamo voluta-subita-poco votata.

Dunque anche quando le donne italiane possono votare donna non se ne fanno carico.

E in linea di massima hanno ragione se la candidata rappresenta solo un simbolo, un partito, uno schieramento.

I vari governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, a cavallo tra il vecchio e il nuovo Millennio, non si sono mostrati inclini a rivedere metodologie finalizzate al mantenimento del proprio peso politico. Vantarsi ancora per avere aumentato (loro malgrado) la rappresentanza di donne come se fosse una "chicca", un dono, un dato impensabile, dimostra quanto poco la cultura politica si sia sganciata da vecchi schemi.
Sembra assurdo che le donne debbano interrogarsi sui propri fallimenti conservando l'acquisizione di piccole rendite, compagne della nostra solitudine, che non hanno prodotto niente di concreto.

Piccoli gruppi, incontri-confronti , dibattiti vecchi con vecchi protagonisti, saggi nostalgici, rispetto delle ricorrenze ed elle feste internazionali, raggruppamenti di piazza, tutto forse serve per valutare la propria capacità di mobilitazione e di militanza, forse per dare libero sfogo a ciò che vorrebbero e non ottengono. Cosa si deve fare per arginare, prevenire e punire la violenza contro le donne?

Nulla a che fare con la pratica di autocoscienza di vecchia memoria, la nuova impresa delle donne è quella di scoprire-accettare-abbattere per prima cosa la diversità tra donne, studiare la gestione delle differenze fra di loro e ritrovare l'unità e la forza necessaria ad un progetto comune che coincida e convogli con quello collettivo. Non sconfitte ma desiderose di essere sufficientemente forti per indurre la politica a forme nuove e diversificate rispetto al passati e agli ultimi anni.
La politica si fa nel Paese, si fa in Europa, si fa tra e con la gente.

Invece e anche questa volta i programmi elettorali hanno ignorato la questione femminile.
La riflessione successiva pone una domanda: cosa hanno fatto, fanno, le donne che si agitano attorno alla "politica"? In cosa si differenziano rispetto alle divisioni strumentali e agli opportunismi? Quale positività della diversità, quale richiamo all'inclusione?

Un tentativo in tale direzione è stato fatto da un movimento che dal 2014 si pone come punto di riferimento sul territorio, gli Stati Generali delle Donne.
Questo gruppo di donne, qualificate in molti campi, hanno lavorato concretamente a dare vita ad un progetto comune. Di volta in volta esso si è dato una scadenza che, pur tra affanni, è stata mantenuta. Un'attività a volte quasi frenetica che lo ha portato ad essere presente in tutta l'Italia.

Ma un movimento come si traduce in voti? Chi sono e quanto contano? Realtà fisica o virtuale?
Per la prima volta in Italia, e pare anche in Europa, gli SGD hanno candidato una loro rappresentante in una delle circoscrizioni.
L'entusiasmo per questa sfida si è scontrato con la realtà e, pur concordando appieno sula candidatura della coordinatrice del movimento, il voto di molte donne è volato su candidature di appartenenza tradizionale, d'indicazioni parentali e amicali, di ignoranza sulle modalità di voto.
La novità di convergere su una candidata di genere, poteva rappresentare la possibilità d'invertire e modificare comportamenti elettorali di antica tradizione.
Trasformare un progetto unico in azione comune richiede maturità .

Il Patto per l'Europa, proposto dagli SGD riguardava temi condivisi e condivisibili da tutte per partecipare alla costruzione di una "nuova" Europa. Eppure appare ancora difficile convogliare gli stessi interessi su un unico progetto.

Le donne hanno bisogno di ritrovare l'identità della differenza.
Nuove modalità e nuova organizzazione; umiltà per capire i propri errori; riconoscimento di capacità e "gradi". Altrimenti vorrà dire che l'onda prodotta a suo tempo dalle donne ha cessato di rumoreggiare e smuovere la sabbia, rassegnandosi ad essere assorbita come tutto ciò che è originato da altri e non ha forza propria per rigenerarsi.

Link: http://www.donneierioggiedomani.it/8227/speciale-elezioni-europee-2019

pubblicato su dols, 29/05/2019

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