Mostra di Monika Bulaj

da | Dic 17, 2025 | Mostre ed eventi

Ci sono incontri che restano, come impronte leggere ma indelebili.
Il mio incontro con Monika Bulaj, al  Castello ducale di Corigliano Calabro, durante la mostra organizzata da Gaetano Gianzi, è stato uno di quelli.
Ho visto le sue fotografie prima di conoscere lei, ma già in quelle immagini c’era tutto: una delicatezza che sa farsi forza, uno sguardo che non ruba ma restituisce, una presenza che accarezza ciò che incontra.

Del suo lavoro mi ha colpito la luce, una luce che non illumina soltanto: rivela.
Si posa sui volti come una carezza antica, scolpisce i gesti, attraversa i veli, entra nelle ombre senza violarle.
A volte sembra davvero di trovarsi davanti a un quadro di Rembrandt o di Caravaggio: il buio profondo, la figura che emerge, il mistero che si apre.

Monika non fotografa semplicemente. Lei cammina. Cammina nelle storie, nei silenzi, nelle ferite dei popoli dimenticati. Cammina nella polvere delle strade, nelle preghiere di chi resiste, nella quotidianità fragile delle minoranze che rischiano di scomparire.
Le sue foto sembrano respirare: raccontano ciò che sopravvive, ciò che viene nascosto, ciò che senza di lei forse non avremmo mai conosciuto.

Colpiscono fortemente due  cose : il rispetto e la bellezza. Ogni volto, ogni gesto, ogni rituale sembra essere ricevuto, non catturato.
Come se Monika chiedesse  permesso al mondo prima di accostarvisi. Questo rende le sue immagini vive, vere, profondamente umane. Quando l’ho sentita parlare, mi sono emozionata.

La sua voce racconta trent’anni di viaggi ai  confini del mondo, dal Caucaso al Pakistan, dall’Africa agli Urali, dove convivono (o provano a farlo) fedi diverse, dove una danza può essere un atto di coraggio, dove una donna che cammina è già resistenza.
Monika porta con sé un atlante di fragilità, ma anche un archivio di bellezza: quella che resta, quella che nessun regime, nessun fondamentalismo, nessuna guerra può cancellare completamente !
Cammina là dove il mondo si assottiglia: nei villaggi piegati dalla povertà, nelle strade segnate dalla guerra, nelle periferie dove le voci si abbassano per paura.

Eppure, è proprio lì che lei cerca e trova la bellezza. Una bellezza che non è consolazione né fuga, ma luce segreta: un gesto che si ripete da secoli, un sorriso che sfida il dolore, una danza che nessuno è riuscito a cancellare.
Questo suo modo di guardare non si ferma davanti alle rovine, non fotografa il terrore per mostrarlo, ma per trasformarlo. Perché, come dice lei : ”La bellezza sopravvive anche dove tutto sembra perduto” e scovarla è un atto d’ amore, quasi un atto di resistenza.

E allora i suoi scatti diventano finestre: aprono spiragli nelle ombre, raccontano che anche in mezzo alla guerra ci sono mani che pregano, occhi che sperano, bambini che giocano come possono.
La bellezza nei luoghi feriti non è un’illusione: è la prova che l’umano non si arrende.

Monika la riconosce, la raccoglie e la restituisce con la delicatezza di chi sa che un popolo, una cultura, un rito possono essere spazzati via e con il coraggio di chi continua a cercare luce proprio lì dove nessuno vede.
Guardando le sue fotografie, si capisce una cosa semplice e immensa: che la bellezza non salva il mondo, ma salva lo sguardo e forse, da lì può ricominciare tutto.

C’è un altra sua frase, che mi è rimasta dentro: “Sento il dovere della memoria.”
Ed é questo che fa Monika : custodisce. Non per nostalgia, ma per amore.
Perché mostrare ciò che rischia di sparire non è solo testimonianza: è un modo, silenzioso ma potentissimo di proteggere.

Monika Bulaj guarda il mondo rasoterra, con le scarpe consumate e lo sguardo limpido. Raccoglie volti, riti e li trasforma in ponti. Ci ricorda che la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. Che una fotografia può non salvare vite, ma può accendere coscienze. Che la pace comincia spesso da uno sguardo, da una storia ascoltata, da un frammento di verità mostrato senza paura.
Nel suo lavoro c’è una dolcezza che non cede, una forza quieta che emoziona e io, che non sono giornalista né scrittrice, posso solo dire questo: incontrarla è stato come aprire una porta sul mondo; un mondo fragile e bellissimo.

Le sue fotografie sono un invito a rallentare, a guardare davvero, a non dimenticare.

 

Ombretta Cantarelli
Monika Bulaj,