REFERENDUM 22 e 23 MARZO 2026 SI O NO?

da | Mar 15, 2026 | Comunicati

COMUNICATO STAMPA

 

REFERENDUM 22 e 23 MARZO 2026 SI O NO?

Cosa succede per noi donne, pensiamoci bene

Votare con consapevolezza trasforma un semplice segno sulla scheda in un atto di coerenza personale e politica. Quando la scelta nasce dal vissuto quotidiano e dal supporto a chi subisce violenza, il referendum smette di essere un “gioco di palazzo” e diventa uno strumento di tutela.

  1. La libertà come autodeterminazione

Chi combatte ogni giorno contro la violenza sa che la libertà non è un concetto astratto, ma la possibilità materiale di scegliere della propria vita senza costrizioni.

  • Votare “Sì” in quest’ottica significa rimuovere quegli ostacoli normativi che limitano l’individuo, in particolare noi
  • È un modo per riaffermare che lo Stato deve essere un facilitatore di diritti, non un guardiano della morale altrui.
  1. Superare la “Violenza Istituzionale”

La violenza istituzionale si manifesta spesso attraverso la burocrazia cieca, le leggi paternalistiche o i processi che vittimizzano due volte le donne.

  • Semplificazione: molti quesiti referendari mirano a scardinare meccanismi arrugginiti che spesso finiscono per schiacciare i più fragili.
  • Riscatto: scegliere convintamente il “Sì” può essere un segnale contro un sistema che tende a decidere per le donne invece di ascoltare le nostre necessità.
  1. Una battaglia “Oltre i Partiti”

L’approccio post-ideologico è forse il più potente. Quando metti al centro la civiltà, i colori politici sbiadiscono davanti all’urgenza dei diritti.

  • Votare per convinzione profonda significa non delegare la propria coscienza a un simbolo elettorale.
  • Riconosce che il progresso sociale passa spesso per strappi netti che solo lo strumento referendario sa dare.

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta un passaggio cruciale per l’assetto istituzionale italiano, focalizzandosi sulla riorganizzazione strutturale della magistratura senza l’obbligo di raggiungere un quorum per la validità del voto. La proposta centrale della riforma risiede nella separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, un cambiamento che supererebbe l’attuale sistema unitario per introdurre percorsi professionali distinti e indipendenti fin dall’accesso.

Questa trasformazione comporterebbe lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in due organi di autogoverno separati, uno dedicato ai giudici e uno ai pubblici ministeri, mantenendo la proporzione tra membri togati e laici ma eliminando la gestione condivisa delle carriere.
Un elemento di forte discontinuità introdotto dal testo è il meccanismo di selezione dei componenti togati, che passerebbe dall’elezione diretta al sorteggio, con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’influenza delle correnti associative interne.
Parallelamente, la riforma prevede l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna ai Consigli Superiori, composta da membri nominati dal Capo dello Stato, dal Parlamento e da magistrati estratti a sorte, per separare la gestione amministrativa delle carriere dal giudizio sugli illeciti disciplinari. Il voto favorevole confermerebbe integralmente questo nuovo modello costituzionale, mentre il voto contrario manterrebbe l’architettura vigente basata sull’unicità dell’ordine giudiziario e dell’organo di autogoverno.
Essendo una consultazione confermativa ai sensi dell’Articolo 138 della Costituzione, l’esito dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi espressi, rendendo ogni singola preferenza determinante per la conferma o il rigetto dell’intero pacchetto di modifiche. La scelta elettorale si pone dunque come un bivio tra la conservazione di un sistema che garantisce l’osmosi tra accusa e giudizio come presidio di indipendenza e l’adozione di un paradigma fondato sulla netta distinzione dei ruoli e sulla ricerca di una maggiore terzietà del giudice attraverso la separazione organizzativa e carceraria.

E per noi donne?

Il collegamento tra la riforma della giustizia e la tutela delle donne, in particolare contro la violenza istituzionale (quella che avviene quando lo Stato non crede alla vittima, la colpevolizza o rallenta i tempi di protezione), si fonda su un’idea di terzietà e specializzazione.
Ecco perché questa riforma potrebbe offrire maggiori garanzie alle donne:

  1. Il Giudice come “Terzo” Imparziale

La violenza istituzionale spesso nasce da un’eccessiva vicinanza culturale o procedurale tra chi accusa (PM) e chi giudica.

  • Il problema attuale: se il giudice e il pubblico ministero appartengono alla stessa carriera e allo stesso organo di governo (CSM), il rischio è che il giudice possa essere influenzato dalla tesi dell’accusa o, viceversa, che non ne colga le lacune a danno della vittima.
  • Separando le carriere, si vuole garantire un giudice totalmente distaccato, che valuti le prove di violenza senza alcun pregiudizio o “spirito di corpo” con la procura. Questo dovrebbe assicurare che la voce della donna sia ascoltata da un arbitro veramente neutrale.
  1. Responsabilità e Alta Corte Disciplinare

Molte donne denunciano una mancanza di responsabilità quando i magistrati commettono errori gravi, come sottovalutare un rischio di femminicidio o emettere sentenze basate su pregiudizi sessisti (la cosiddetta vittimizzazione secondaria).

  • L’innovazione: l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare esterna ai CSM mira a spezzare il meccanismo per cui i magistrati vengono giudicati dai loro stessi colleghi (“giudici che giudicano giudici”).
  • L’impatto: un organo disciplinare più rigoroso e indipendente potrebbe agire con maggiore efficacia contro quei magistrati che, per negligenza o pregiudizio, non applicano correttamente le norme a tutela delle donne (come il Codice Rosso).
  1. Contrasto alle “Logiche di Corrente” (Il sorteggio)

La violenza istituzionale è alimentata anche da un sistema burocratico che premia l’appartenenza politica o associativa interna alla magistratura piuttosto che il merito e la sensibilità specifica sui territori.

  • Il meccanismo: introducendo il sorteggio per i membri del CSM, si punta a scardinare le correnti.
  • La ricaduta: senza il peso delle correnti, le nomine dei dirigenti negli uffici giudiziari (chi decide come gestire i processi per violenza di genere) dovrebbero rispondere meno a logiche di potere e più a criteri di efficienza e competenza tecnica.

Votare “Sì” in quest’ottica significa scommettere su una giustizia più tecnica, dove il magistrato non è un “protagonista” sociale ma un servitore della legge che opera in un sistema di pesi e contrappesi più netto. Per una donna che subisce violenza, questo può tradursi in un processo dove il diritto alla protezione è garantito da procedure trasparenti e da magistrati la cui carriera non dipende da dinamiche di potere interne, ma dalla correttezza del loro operato.
L’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare è forse l’elemento della riforma che tocca più da vicino il tema della vittimizzazione secondaria, ovvero quella violenza che la donna subisce non dal carnefice, ma dalle istituzioni stesse quando il suo racconto viene sminuito, giudicato attraverso stereotipi o ignorato.
Ecco come questo nuovo organo potrebbe fare la differenza rispetto al sistema attuale:

Il superamento dello “spirito di corpo”

Oggi, se un magistrato usa un linguaggio sessista in una sentenza o ignora i segnali di pericolo di un femminicidio (violando il Codice Rosso), viene giudicato dalla Sezione Disciplinare del CSM. Poiché il CSM è un organo di autogoverno dove i magistrati sono eletti dai colleghi, esiste il rischio concreto di una “solidarietà interna” che porta a sanzioni lievi o all’archiviazione dei casi.

  • Con l’Alta Corte Il giudizio non spetta più a un’articolazione del CSM, ma a un organo costituzionale separato. Questo distacco serve a garantire che la valutazione del comportamento del magistrato sia oggettiva e rigorosa, trattando la negligenza verso una vittima di violenza come una grave colpa professionale, senza condizionamenti elettorali interni.

Sanzionare i pregiudizi e la negligenza

La violenza istituzionale spesso si annida nei dettagli: un magistrato che non dispone una misura cautelare urgente o un giudice che scrive in sentenza che la donna “aveva un atteggiamento provocatorio”.

  • L’Alta Corte, composta anche da membri nominati dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, porta uno sguardo “esterno” alla Questo mix di componenti può essere più sensibile alle istanze di civiltà e ai diritti umani che la società civile, e noi donne, chiedono a gran voce.
  • Sapere di essere giudicati da una Corte Disciplinare autonoma e di rango costituzionale funge da deterrente. Un magistrato sarà molto più attento a rispettare rigorosamente le procedure di protezione delle donne se sa che il suo operato non sarà valutato dai “compagni di corrente”, ma da un tribunale disciplinare terzo.

Trasparenza per le battaglie di civiltà

Per chi combatte ogni giorno contro le violenze, la riforma offre uno strumento di accountability . Se una legge a tutela delle donne viene disapplicata o interpretata in modo distorto per pregiudizio:

  1. Oggi la procedura disciplinare è spesso percepita come un “buco nero”
  1. Con la riforma, l’Alta Corte diventa il garante del fatto che chi sbaglia sulla pelle delle donne ne risponde davanti a un organo di rilievo nazionale, separato dalla gestione delle carriere e delle nomine.

Il “Sì” punta a trasformare la responsabilità dei magistrati da una questione “tra colleghi” a una questione di Stato e di giustizia vera. Per una donna che ha subito violenza, questo significa avere la speranza che chi non l’ha protetta non possa godere di coperture istituzionali.