NO è NO: un’intesa da replicare

da | Nov 18, 2025 | L'opinione

Ci avviciniamo al 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e il numero dei femminicidi in tutti i principali paesi europei registra un lieve aumento.

Ad oggi in Italia dall’inizio del 2025 sono 78 i casi accertati di femminicidio (dati Osservatorio nazionale NUDM all’8 novembre 2025) e, come ormai noto, oltre il 50% avvengono ad opera del partner o dell’ex partner, senza grandi differenze, almeno in questo caso, al contesto territoriale di riferimento. E per quanto riguarda le violenze sessuali secondo i dati Istat nel 2024 ci sono stati 652 mila casi di stupro o tentato stupro con un tasso di violenza del 3% tra le donne tra i 16 e i 70 anni. Dunque ci troviamo di fronte a un’emergenza nazionale rispetto alla quale non si capisce perché i nostri governi non riescano a prenderne atto e adottare misure idonee. Dico i nostri governi perché in verità, anche se risulta ancora incomprensibile il recente attacco spropositato del Ministro Valditara alle opposizioni, sul disegno di legge governativo che prevede il consenso scritto dei genitori sull’educazione sessuale nelle scuole, dobbiamo ricordare che neanche i governi di centro sinistra si sono spinti in passato su misure più efficaci per il contrasto alla violenza sulle donne.

Eppure non è così difficile riconoscere che la violenza non è un problema delle donne che la subiscono e ne sono vittime ma soprattutto degli uomini che la esercitano e la trasmettono alle nuove generazioni con il proprio esempio di leadership e di gestione del potere. È un problema di tutti, di cultura, di linguaggio, di stereotipi e già sostenere con più fondi le organizzazioni femminili che offrono rifugio alle donne vittime di violenza sarebbe un bel passo avanti nell’azione concreta. Ma in questi giorni, proprio quasi contemporaneamente alla bagarre sul disegno di legge Valditara, ancora una volta viene dalle parlamentari impegnate in commissione Giustizia alla Camera un’intesa bipartisan che segna una svolta importante nei processi per stupro. Si tratta della modifica dell’articolo 609-bis del Codice penale in materia di violenza sessuale che prevede la reclusione da 6 a 12 anni a chiunque imponga atti sessuali a un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima. La stessa pena è prevista per chi costringe altri a compiere o subire atti sessuali con violenza o minacce o mediante abuso di autorità. Se questa norma arriverà in porto, si sancirà definitivamente che l’atto sessuale senza consenso è sempre stupro e violenza e non si dovrà più temere di essere sottoposte a umilianti interrogatori per dimostrare la propria resistenza all’aggressore.

Abbiamo assistito di recente a cronache giudiziarie che ci hanno raccontato l’umiliazione di giovani donne che hanno dovuto provare il proprio NO ad atti che gli imputati definivano consenzienti, ma si trattava di imputati eccellenti, rampolli di importanti uomini politici e per questo la stampa se ne è occupata. Ciò in verità avviene normalmente nelle aule dei tribunali, per quel fenomeno chiamato vittimizzazione secondaria, ragione per la quale spesso le donne non denunciano per non essere sottoposte a loro volta a interrogatori umilianti che le fanno sentire colpevoli dei loro comportamenti o abbigliamenti. Ce lo raccontano le avvocatesse che le difendono, le magistrate, poche ancora, che abitano i tribunali penali o la Cassazione (vedi intervista a Paola di Nicola Travaglini su Repubblica dei venerdì 14 novembre) che guardano a questa norma come a una svolta storica nel nostro sistema giudiziario, che ci allinea alla convenzione di Istanbul e allo Statuto della Corte penale internazionale che indica lo stupro come un crimine contro l’umanità.

Sembra che ad avvalorare il lavoro delle parlamentari in Commissione giustizia ci sia l’accordo tra la premier e la segretaria del partito democratico, e non è questa la prima volta che le donne in Parlamento trovano un accordo sulle norme che le riguardano. Per citare qualche caso, è avvenuto sulla legge sullo stalking nel 2009 che ha introdotto questo reato nel Codice penale italiano prevedendo pene severe per chi minaccia o molesta ripetutamente qualcuno in modo tale da cagionare paura o ansia e per la legge Golfo/Mosca del 2011 che ha stabilito quote di genere per gli amministratori e i membri degli organi di controllo con l’obiettivo di aumentare la presenza femminile nei ruoli decisionali. Se anche componenti di questo governo avessero a cuore il futuro dei nostri figli, vittime inconsapevoli della violenza che dilaga sui social e della cultura sottostante, invece di abbandonare le aule, affronterebbero la discussione, cercando, come insegnano le donne, un punto di incontro sull’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole che affronti il problema senza ideologie e pregiudizi di sorta.

Di fronte a questa “pandemia silenziosa “è quello che vorremmo succedesse, al di là delle celebrazioni e dei discorsi che sentiremo in occasione anche di questo 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Riformismo e Solidarietà