Pensando alla ricorrenza dell’8 marzo, una festività nazionale, mi è tornata in mente la storia di Anna, una mia paziente di tempo fa, che all’epoca aveva 35 anni.
Anna si presentava elegantissima alle 20.00 della sera nel mio studio. Faceva un lavoro di ricerca filosofica all’Università Statale di Milano. Molto impegnata nel sociale, svolgeva anche la professione di counselor filosofica. Un lavoro di ascolto e di comprensione anche questo. Tuttavia Anna aveva un sintomo depressivo legato alla sua storia con Marco, un collega dell’Università. Una storia “corsara”, al di là del matrimonio, di passione. Ma facciamo un passo indietro.
Anna aveva sposato Alberto appena finita la laurea. Un modo per affrancarsi dalla famiglia di origine, attaccata a lei da un rapporto morboso, forse per rendersi indipendente. Ma in realtà, il matrimonio non era quasi consumato e i rapporti intimi quasi inesistenti.
Il marito era premuroso ma si lamentava in modo costante del suo lavoro bancario, di tutta la burocrazia che doveva sopportare. Anna non accettava che lui fosse così nevrotico e cominciò ad allontanarsi da lui mentre l’indipendenza incominciava a dare i suoi frutti con l’acquisizione di un pieno libero arbitrio.
Anche il desiderio di maternità di Anna dovette confrontarsi con la sterilità del marito che inoltre rifiutava sia l’affidamento che l’adozione. Così incominciò la tristezza, la mancanza di dialogo e d’intesa. Anna si era chiusa in sé stessa! Era piena di conflitti interiori. Tuttavia il suo lavoro di ricercatrice continuava con profitto e soddisfazioni, era una vera risorsa, che le permetteva una capacità di resilience notevole. In un contesto simile, incontra Marco, sposato anche lui e tra di loro nasce la passione. La mia paziente era avvenente, giovane ed intelligente, capace nel suo lavoro, e piaceva a Marco che la vedeva come autodeterminata e intraprendente. Anna incominciò a innamorarsi di Marco, che con lei parlava di come poteva essere anche una buona madre. Anna era entusiasta e sognatrice!
Tuttavia un giorno Marco le disse una frase alquanto sibillina che fece scompensare Anna. Ovvero le chiese:” Saresti una brava madre?”. Anna voleva convolare alle seconde nozze, i suoi progetti erano tradizionali. Così abbiamo trascorso varie sedute ad analizzare questa frase. Anna che fino ad allora era un tutt’uno con Marco sessualmente, incominciò a raffreddarsi, a cercare Marco sempre meno. Nonostante questo i due non si sono persi d’animo e continuarono a frequentarsi all’Università, posto di lavoro e dimensione esistenziale di entrambi, che contribuiva a legarlo profondamente.
Un giorno, in una seduta, Anna mi parlò di una lite che aveva assistito in famiglia circa 20 anni prima, quando era piccola. Il padre di Anna sembra che avesse detto alla madre le stesse parole. Un significante, un senso che si stava tramandando di generazione in generazione. Anna pensò che la mamma pensasse di sé che non valesse affatto, la mamma glielo aveva raccontato personalmente. A sentire la frase di Marco, forse aveva pensato di sé la stessa cosa.
Quante volte le donne interpretano per poi proiettare e rimuginare discorsi simili? Quante volte il passato “entra” prepotente dentro di loro nel presente? Il lavoro che è seguito è stato di ricostituire un’immagine femminile e materna adeguata e soddisfacente. Senza l’ombra di identificazioni genitoriali.
Oggi ho appreso che Anna si è separata da Alberto. In fondo ciò che lei desiderava era il figlio che lui non aveva il desiderio di darle. E ora…ha appena avuto un figlio con Marco.
La tristezza-depressione della donna non erano altro che la conseguenza di un atteggiamento egoistico del primo marito rispetto alle sue aspettative familiari. Uscendone fuori, Anna ha ritrovato la forza di raccogliere la “sfida” lanciatale da Marco e realizzare così il desiderio di diventare madre.

