SPECIALE: Donne e REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, 22-23 MARZO 2026. LE RAGIONI DEL SI e DEL NO

da | Mar 19, 2026 | Donne e politica

ISA MAGGI, Coordinatrice nazionale STATI GENERALI DELLE DONNE, ha rilasciato un comunicato stampa sostenendo le motivazioni del SI.

COMUNICATO STAMPA

Cosa succede per noi donne, pensiamoci bene

Votare con consapevolezza trasforma un semplice segno sulla scheda in un atto di coerenza personale e politica. Quando la scelta nasce dal vissuto quotidiano e dal supporto a chi subisce violenza, il referendum smette di essere un “gioco di palazzo” e diventa uno strumento di tutela.

 

  1. La libertà come autodeterminazione

Chi combatte ogni giorno contro la violenza sa che la libertà non è un concetto astratto, ma la possibilità materiale di scegliere della propria vita senza costrizioni.

  • Votare “Sì” in quest’ottica significa rimuovere quegli ostacoli normativi che limitano l’individuo, in particolare noi
  • È un modo per riaffermare che lo Stato deve essere un facilitatore di diritti, non un guardiano della morale altrui.
  1. Superare la “Violenza Istituzionale”

La violenza istituzionale si manifesta spesso attraverso la burocrazia cieca, le leggi paternalistiche o i processi che vittimizzano due volte le donne.

  • Semplificazione: molti quesiti referendari mirano a scardinare meccanismi arrugginiti che spesso finiscono per schiacciare i più fragili.
  • Riscatto: scegliere convintamente il “Sì” può essere un segnale contro un sistema che tende a decidere per le donne invece di ascoltare le nostre necessità.
  1. Una battaglia “Oltre i Partiti”

L’approccio post-ideologico è forse il più potente. Quando metti al centro la civiltà, i colori politici sbiadiscono davanti all’urgenza dei diritti.

  • Votare per convinzione profonda significa non delegare la propria coscienza a un simbolo elettorale.
  • Riconosce che il progresso sociale passa spesso per strappi netti che solo lo strumento referendario sa dare.

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta un passaggio cruciale per l’assetto istituzionale italiano, focalizzandosi sulla riorganizzazione strutturale della magistratura senza l’obbligo di raggiungere un quorum per la validità del voto. La proposta centrale della riforma risiede nella separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, un cambiamento che supererebbe l’attuale sistema unitario per introdurre percorsi professionali distinti e indipendenti fin dall’accesso.

Questa trasformazione comporterebbe lo sdoppiamento dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in due organi di autogoverno separati, uno dedicato ai giudici e uno ai pubblici ministeri, mantenendo la proporzione tra membri togati e laici ma eliminando la gestione condivisa delle carriere.
Un elemento di forte discontinuità introdotto dal testo è il meccanismo di selezione dei componenti togati, che passerebbe dall’elezione diretta al sorteggio, con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’influenza delle correnti associative interne.
Parallelamente, la riforma prevede l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna ai Consigli Superiori, composta da membri nominati dal Capo dello Stato, dal Parlamento e da magistrati estratti a sorte, per separare la gestione amministrativa delle carriere dal giudizio sugli illeciti disciplinari. Il voto favorevole confermerebbe integralmente questo nuovo modello costituzionale, mentre il voto contrario manterrebbe l’architettura vigente basata sull’unicità dell’ordine giudiziario e dell’organo di autogoverno.
Essendo una consultazione confermativa ai sensi dell’Articolo 138 della Costituzione, l’esito dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi espressi, rendendo ogni singola preferenza determinante per la conferma o il rigetto dell’intero pacchetto di modifiche. La scelta elettorale si pone dunque come un bivio tra la conservazione di un sistema che garantisce l’osmosi tra accusa e giudizio come presidio di indipendenza e l’adozione di un paradigma fondato sulla netta distinzione dei ruoli e sulla ricerca di una maggiore terzietà del giudice attraverso la separazione organizzativa e carceraria.

E per noi donne?

Il collegamento tra la riforma della giustizia e la tutela delle donne, in particolare contro la violenza istituzionale (quella che avviene quando lo Stato non crede alla vittima, la colpevolizza o rallenta i tempi di protezione), si fonda su un’idea di terzietà e specializzazione.
Ecco perché questa riforma potrebbe offrire maggiori garanzie alle donne:

  1. Il Giudice come “Terzo” Imparziale

La violenza istituzionale spesso nasce da un’eccessiva vicinanza culturale o procedurale tra chi accusa (PM) e chi giudica.

  • Il problema attuale: se il giudice e il pubblico ministero appartengono alla stessa carriera e allo stesso organo di governo (CSM), il rischio è che il giudice possa essere influenzato dalla tesi dell’accusa o, viceversa, che non ne colga le lacune a danno della vittima.
  • Separando le carriere, si vuole garantire un giudice totalmente distaccato, che valuti le prove di violenza senza alcun pregiudizio o “spirito di corpo” con la procura. Questo dovrebbe assicurare che la voce della donna sia ascoltata da un arbitro veramente neutrale.
  1. Responsabilità e Alta Corte Disciplinare

Molte donne denunciano una mancanza di responsabilità quando i magistrati commettono errori gravi, come sottovalutare un rischio di femminicidio o emettere sentenze basate su pregiudizi sessisti (la cosiddetta vittimizzazione secondaria).

  • L’innovazione: l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare esterna ai CSM mira a spezzare il meccanismo per cui i magistrati vengono giudicati dai loro stessi colleghi (“giudici che giudicano giudici”).
  • L’impatto: un organo disciplinare più rigoroso e indipendente potrebbe agire con maggiore efficacia contro quei magistrati che, per negligenza o pregiudizio, non applicano correttamente le norme a tutela delle donne (come il Codice Rosso).
  1. Contrasto alle “Logiche di Corrente” (Il sorteggio)

La violenza istituzionale è alimentata anche da un sistema burocratico che premia l’appartenenza politica o associativa interna alla magistratura piuttosto che il merito e la sensibilità specifica sui territori.

  • Il meccanismo: introducendo il sorteggio per i membri del CSM, si punta a scardinare le correnti.
  • La ricaduta: senza il peso delle correnti, le nomine dei dirigenti negli uffici giudiziari (chi decide come gestire i processi per violenza di genere) dovrebbero rispondere meno a logiche di potere e più a criteri di efficienza e competenza tecnica.

Votare “Sì” in quest’ottica significa scommettere su una giustizia più tecnica, dove il magistrato non è un “protagonista” sociale ma un servitore della legge che opera in un sistema di pesi e contrappesi più netto. Per una donna che subisce violenza, questo può tradursi in un processo dove il diritto alla protezione è garantito da procedure trasparenti e da magistrati la cui carriera non dipende da dinamiche di potere interne, ma dalla correttezza del loro operato.
L’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare è forse l’elemento della riforma che tocca più da vicino il tema della vittimizzazione secondaria, ovvero quella violenza che la donna subisce non dal carnefice, ma dalle istituzioni stesse quando il suo racconto viene sminuito, giudicato attraverso stereotipi o ignorato.
Ecco come questo nuovo organo potrebbe fare la differenza rispetto al sistema attuale:

Il superamento dello “spirito di corpo”

Oggi, se un magistrato usa un linguaggio sessista in una sentenza o ignora i segnali di pericolo di un femminicidio (violando il Codice Rosso), viene giudicato dalla Sezione Disciplinare del CSM. Poiché il CSM è un organo di autogoverno dove i magistrati sono eletti dai colleghi, esiste il rischio concreto di una “solidarietà interna” che porta a sanzioni lievi o all’archiviazione dei casi.

  • Con l’Alta Corte Il giudizio non spetta più a un’articolazione del CSM, ma a un organo costituzionale separato. Questo distacco serve a garantire che la valutazione del comportamento del magistrato sia oggettiva e rigorosa, trattando la negligenza verso una vittima di violenza come una grave colpa professionale, senza condizionamenti elettorali interni.

Sanzionare i pregiudizi e la negligenza

La violenza istituzionale spesso si annida nei dettagli: un magistrato che non dispone una misura cautelare urgente o un giudice che scrive in sentenza che la donna “aveva un atteggiamento provocatorio”.

  • L’Alta Corte, composta anche da membri nominati dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, porta uno sguardo “esterno” alla Questo mix di componenti può essere più sensibile alle istanze di civiltà e ai diritti umani che la società civile, e noi donne, chiedono a gran voce.
  • Sapere di essere giudicati da una Corte Disciplinare autonoma e di rango costituzionale funge da deterrente. Un magistrato sarà molto più attento a rispettare rigorosamente le procedure di protezione delle donne se sa che il suo operato non sarà valutato dai “compagni di corrente”, ma da un tribunale disciplinare terzo.

Trasparenza per le battaglie di civiltà

Per chi combatte ogni giorno contro le violenze, la riforma offre uno strumento di accountability . Se una legge a tutela delle donne viene disapplicata o interpretata in modo distorto per pregiudizio:

  1. Oggi la procedura disciplinare è spesso percepita come un “buco nero”
  1. Con la riforma, l’Alta Corte diventa il garante del fatto che chi sbaglia sulla pelle delle donne ne risponde davanti a un organo di rilievo nazionale, separato dalla gestione delle carriere e delle nomine.

Il “Sì” punta a trasformare la responsabilità dei magistrati da una questione “tra colleghi” a una questione di Stato e di giustizia vera. Per una donna che ha subito violenza, questo significa avere la speranza che chi non l’ha protetta non possa godere di coperture istituzionali.

 

 

MANIFESTO-APPELLO per motivare le ragioni del NO.

Proposto  da: Carla BASSU, costituzionalista,  Concetta GENTILI, civilista, Fabrizia GIULIANI, filosofa,  Teresa MANENTE, penalista, Maria MONTELEONE, magistrata, Elvira REALE, psicologa, vi hanno aderito ad oggi 1.700 femministe.:

MANIFESTO                                                                                                    

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite — così centrale nel pensiero e nella pratica femminista — sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte Disciplinare. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. L’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando si indebolisce l’autonomia della giustizia, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità ed ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione., Un pubblico ministero specializzato condivide la cultura della giurisdizione sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Una cultura volta a cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche quelli civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è più esposto. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita — attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo — il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto.

Votiamo NO a garanzia dei diritti delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.
Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.
Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.
Votiamo NO per difendere:
la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti
l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.