Marta Ajò, col suo nuovo romanzo “Il teorema di Zhou” (edizioni Graphofeel) ci spinge a un esercizio di autocoscienza riguardo a situazioni vissute durante il nostro cammino esistenziale, stimolandoci a vedere realmente chi ci circonda, ad approfondire il nostro sguardo. Perché la minuscola Zhou, nata in un contesto di degrado, dove la sventurata madre era solo un tassello in una fabbrica clandestina creata da un “padrone” criminale e violentatore di donne, che sfruttava il traffico di esseri umani dalla Cina per arricchirsi, è mezza italiana di sangue e di jus soli, ma sembra praticamente invisibile ai più.
La sua vita fra stoffe, “pezze”, cinesi è di quelle impercettibili, eppure il suo passaggio in questo lembo di periferia urbana che sempre più esce dalla campagna per diventare città, innesca un meccanismo quasi salvifico, in gran parte al femminile.
Acquista percettibilità per sé stessa e il prossimo grazie all’incontro con una donna, fragile e bella, che ne apprezza la merce ritenendola preziosa. Per lei è “la Signora” ed è colei che le trasmette identità e calore umano, negatole alla nascita da un contesto emarginante.
“La Signora”, donna benestante ha un marito di origine cinese solo per nascita, perché adottato da italiani vissuti in un paese del Cilento. Il loro amore è quasi un evento necessario per la donna (in un solo accenno nel romanzo sapremo che si chiama Anna), una proiezione del fascino che su di lei emana tutto ciò che è cinese, compresi i preziosi cuscini cuciti con le stoffe comprate da Zhou. Per Anna la Cina è una meta mitica che la attrae e che non vedrà mai.
E’ una donna dall’animo gentile e probabilmente in questo romanzo vi è una forte concentrazione di animi gentili: donne, soprattutto, ma anche alcuni uomini che fanno da comprimari a questa sinfonia al femminile.
Zhou, l’animo mite per antonomasia, dalla vita spartana, riceve dalla proprietaria della sua casa-negozio, che, in fin di vita gliela dona, l’occasione di avere un futuro meno incombente; di qui, la strada si spiana, anche grazie alla “Signora” che, involontariamente, diventa per lei un modello.
La stessa casa diventa per minuscola cinese un catalizzatore esistenziale, perché non le offre solo un rifugio e un reddito, ma anche una sorta di famiglia “artificiale”, costituita da Teresa e Ivona, donne forti e risolute, abitanti nello stesso palazzo.
Il romanzo di Marta Ajò, nel corso di un’avvincente lettura, diventa una parabola di positività, la stessa che ho riscontrato nei quasi trent’anni di amicizia con l’Autrice e forse un triangolo di Marta è anche cucito in Zhou.
Spero solo che non soffra della dermatite atopica che affligge Zhou ogniqualvolta sente sorgere in lei dubbi e curiosità.
E bene ha fatto l’editore a inserire il testo nella sua collana, “Intuizioni” perché, seguendo da partecipe lettrice lo snodarsi della vicenda, le intuizioni con cui l’Autrice la costella sono messe preziosa per conoscere e conoscersi.

Il volume sarà presentato a Roma, martedì 23 giugno, alle ore 18:30, da Tablino Caffé, in piazza Perin del Vaga, 13, Interloquiranno con l’Autrice Andrea Rustichelli (giornalista Rai) e Annamaria Barbato Ricci, comunicatrice.

