Il filo e la parola, perché il pensiero di Luisa Muraro non è nostalgia, ma rivoluzione

da | Giu 19, 2026 | L'opinione

Ricordare è un atto di guerriglia culturale e non un ripiegamento nel passato.

Il filo che sto cercano di tendere, partendo da quella classe delle medie nei primi anni Settanta fino a oggi, è il tessuto stesso di una storia vivente. Riaprire L’erba voglio o rileggere le parole taglienti e profetiche di Luisa Muraro non è un’operazione di nostalgia, ma un atto di accudimento delle nostre radici, specialmente in un momento in cui la scuola e la società sembrano voler anestetizzare la relazione in favore della prestazione, del merito astratto e dell’adeguamento a modelli maschili o aziendali. C’è un dolore fertile nel ricordare Luisa, perché la sua scomparsa ci lascia addosso la responsabilità di quel “traghettamento” verso le giovani donne, un passaggio di testimone che non può essere dogmatico, ma deve passare dall’esperienza viva.

Il primo nodo che voglio qui riannodare è quello dello “scandalo” del neutro. Luisa ci ha insegnato a guardare con sospetto quella tendenza, così forte anche oggi, a credere che l’emancipazione coincida con l’assimilazione. Farsi chiamare “il ministro” o “il professore” non è una conquista di parità, ma un atto di mimetismo che dichiara, implicitamente, che per avere valore bisogna cancellare il proprio corpo e la propria storia di donne. Quando Luisa diceva che il maschile non può essere la misura di sé, toccava il cuore del patriarcato interiorizzato: l’idea che esista un unico standard universale e che quel formato sia maschile. Alle giovani donne che oggi entrano nei luoghi del potere dobbiamo saper raccontare questo: che la vera autorevolezza non sta nel diventare copie conformi di un modello antico, ma nel portare nei posti di comando il proprio essere intero, la propria lingua e la differenza dell’esperienza femminile.

Questo ci porta direttamente al nucleo del pensiero di Luisa sulla teoria e sul racconto, mediato dall’autorità amata di Lia Cigarini. La tentazione di rinchiudere il femminismo nelle accademie, di trasformarlo in formule sociologiche o in puro sapere teorico, rischia di tagliare i ponti con la realtà. Luisa, pur essendo una filosofa raffinatissima, rivendicava il primato dell’esperienza e della narrazione di ciò che accade. Il femminismo non è un manuale da studiare, ma una pratica che parte da sé, dalle relazioni, dall’ascolto reciproco. Quel «reciproco imparare e divertirsi e modificarsi insieme» di cui parlava Fachinelli per la scuola è la descrizione perfetta della pratica dell’autocoscienza. Se la teoria pretende di completare il discorso e chiudere la partita, si trasforma in un nuovo autoritarismo; se invece lascia spazio al racconto delle vite, resta uno strumento di liberazione.

Infine, la questione dell’aborto, forse il punto in cui la lucidità di Luisa e del femminismo della differenza si scontra in modo più netto con la deriva ideologica contemporanea. Ricordare che l’aborto non è un trionfo, ma una dolorosa necessità, un ripiego che ferisce il corpo di una donna, significa restituire complessità e verità a un’esperienza che oggi viene spesso appiattita dalla retorica dei diritti assoluti. La grande intuizione dei gruppi degli anni Settanta era che la maternità inizia con un , e che fare dell’aborto un semplice diritto civile standardizzato rischia di deresponsabilizzare gli uomini, lasciando la donna sola con il peso di una scelta radicale. Il richiamo di Rivolta Femminile e del gruppo di Firenze alla maternità come valore e come alternativa ai ritmi dell’alienazione sessuale è un’eredità potentissima. La legge 194 ha eliminato la piaga dell’aborto clandestino, ma la sua parte più profonda — la tutela e il sostegno alla scelta di essere madri — è rimasta in gran parte lettera morta, schiacciata dall’indifferenza dello Stato.

Traghettare queste riflessioni verso le ragazze di oggi significa consegnare loro non delle risposte pronte, ma delle domande radicali. Significa invitarle a non scambiare la performance per la libertà, a non farsi misurare da criteri che non le considerano, a difendere lo spazio del racconto e della solidarietà tra donne contro la solitudine competitiva dei social e del mercato.

Il senso del mio riassettare la memoria è tutto qui: ricordare alle giovani che prima di loro ci sono state donne che hanno pensato il mondo a partire dal proprio corpo e dalla propria libertà, e che quella strada è ancora aperta, da percorrere insieme, modificandosi ancora.