CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA

da | Lug 28, 2026 | Editoriali

Articolo 23 – Parità tra donne e uomini

La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione.
Il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.

Fin dall’inizio nella ricerca e costruzione della parità, l’Europa e le sue istituzioni si sono rivolte principalmente al mercato unico europeo per affrontare la questione della parità salariale, valutando e considerando la forza di lavoro femminile anche in previsione dello sviluppo dei mercati stessi.

Da allora, nonostante che il concetto “Europa” non fosse ancora del tutto chiaro né conosciuto, né tantomeno cosa fosse una politica comunitaria, ovvero programmi d’Azione, direttive con forza di legge nei Paesi membri, dibattiti in Parlamento Europeo, un nuovo diritto comunitario, ecc.,  le associazioni femminili, le rappresentanti dei partiti poi anche sindacali e quelle presenti nei luoghi più istituzionali, cominciarono a convergere i  loro interessi di rivendicazione dei propri diritti, di una maggiore giustizia sociale e di partecipazione, verso le nuove istituzioni Europee.

Per tutte loro, essenziale a coordinare ed informare la numerosa attività svolta dai due soggetti donne-Europa, si rendeva necessario mettere a disposizione un servizio ad esse dedicato per approfondire le tematiche che riguardavano la loro condizione. A questo scambio contribuì in grandissima parte il bollettino “Donne d’Europa”, diretto dalla dirigente Fausta La Valle Deshormes, che rappresentò il maggiore veicolo d’informazioni non solo statistiche. Uno strumento di lavoro per rendere maggiore operatività alla politica di genere nel contesto europeo.

Furono anni ricchi di proposte, dibattiti e incontri che portarono l’Europa ad avere sempre maggiore attenzione alle tematiche di genere che via via emergevano.
Grazie, dunque, a queste indagini e collaborazioni avviate tra vari stati europei, contemporaneamente allo sviluppo delle singole società, vennero elaborate alcune fondamentali direttive che i Paese partecipanti all’UE dovevano rispettare. A dimostrazione di avere ottemperato ad esse, ogni paese membro doveva elaborare e documentare nel proprio piano di azione governativo di averle altresì rispettate e sviluppate.

Nel corso degli anni, in particolare a partire dagli anni ’90, le misure prese dall’UE sono state sempre più frequenti specialmente nell’evoluzione delle tutele in campo economico e occupazionale e in quello legislativo dove l’interpretazione del principio di equo trattamento delle persone è stata via via approfondita.
Inutile aggiungere che tutte le organizzazioni femminili concorsero al controllo del loro adempimento, nei modi e in misura della loro forza e del loro potere contrattuale, della loro presenza nel Parlamento Europeo e nei vari organi istituzionali del proprio Paese.

Nel 2006, è stato creato l’EIGE (European Institute for Gender Equality), uno strumento di promozione della parità di genere per combattere le discriminazioni e promuovere quel cambiamento sociale necessario a colmare le diseguaglianze. Un intendimento che si è rafforzato di volta in volta e ribadito con forza con l’arrivo di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, “l’uguaglianza per tutte le persone e in tutti i sensi” è diventata una delle maggiori priorità, come ha sottolineato la presidente.

Unione della parità” è lo slogan con cui è stata presentata la strategia europea per la parità di genere. Tra le misure, sono stati previsti incentivi per la leadership femminile e per la partecipazione delle donne ai processi decisionali.

Nonostante le battaglie delle donne nel corso dei secoli, appare chiaro che il completo raggiungimento dell’obiettivo di parità appare un percorso faticoso.
Ma quali sono le aree che costituiscono ancora oggi ancora un impedimento alla sua realizzazione?

Secondo l’EIGE: una mancanza di un approccio coerente alla parità di genere in Europa; la preoccupazione per le lacune persistenti riguardo alla protezione, al diritto alla salute e ai diritti riproduttivi e sessuali; la necessità di approfondire in maniera sistematica il tema dell’intersezionalità; il rischio per la parità di genere di fronte a movimenti politici e sociali contro la stessa.
Per quanto riguarda il primo punto, il rapporto sottolinea l’importanza di andare al di là delle uguaglianze de jure affrontando le cause delle manifestazioni delle disuguaglianze di genere, tra cui la violenza contro le donne e le discriminazioni quotidiane. Su interpretazioni giuridiche differenti delle raccomandazioni europee si basano, infatti, modelli e pratiche differenti tra Paesi.
La seconda area di impegno mostra come la cornice legale attualmente si concentra ancora troppo sulla parità nel mondo lavorativo e dell’occupazione. Mancano, invece, i riconoscimenti a livello economico, sociale e culturale, e tale lacuna impedisce una reale garanzia dei diritti umani.
Oltre al fatto che molti diritti non vengono garantiti a tutte le persone, poi, manca del tutto un’analisi intersezionale per la creazione di leggi e politiche, un approccio che comprenda il punto di vista di diverse identità sociali, soprattutto quelle minoritarie e discriminate, come le persone lesbiche, bi, trans, intersessuali e non binarie.

L’ultimo aspetto a cui dedicare attenzione, sempre secondo l’EIGE, è il rischio rappresentato da alcuni movimenti politici e sociali espressamente ostili alla parità di genere. Il decennio presente ha registrato una crescita nei movimenti che combattono contro la questione chiamata “ideologia gender”. Si tratta di una teoria basata, però, su un’interpretazione errata del concetto di genere e di parità di genere, che si rivela pericolosa nel momento in cui porta ad un allontanamento da convenzioni internazionali come quella di Istanbul, pietra miliare nella prevenzione alla violenza contro le donne.

Il difficile superamento delle appartenenze nel movimento delle donne era già apparito all’interno del movimento femminista, in alcune analisi, nella metodologia da seguire e l’obiettivo da raggiungere. Fortunatamente una differenza superata nel tempo e che non ha impedito l’avanzare delle soluzioni.

Ma oggi, considerando i grandi cambiamenti che coinvolgono tutto e tutti, cosa propongono le donne italiane in questo contesto sempre più allargato di appartenenza europea?

Partendo sempre da un approfondito lavoro di analisi a livello del territorio nazionale, si deve, amaramente, confermare che la disuguaglianza sociale e la distanza economica sia ancora a livelli preoccupanti, come confermano anche gli ultimi dati sul rapporto occupazione-maternità. Una questione di fondo per le donne e per lo sviluppo equo di una società che lamenta un calo delle nascite e conseguente forza lavoro.
Né, a questo problema, possono ottemperare idee di un futuro guidato dalle tecnologie o dallo sfruttamento economico-aziendale dell’emigrazione.

L’Europa e i suoi membri non hanno più bisogno di auto-celebrazioni ma del consenso di tutti i cittadini europei senza distinzioni di genere, razza e religione che tenda ad eliminare le criticità dal punto di vista delle sue appartenenze sociali.

Consapevoli delle drammatiche vicende nel mondo, della crisi complessa finanziaria-economica, della difesa della legittimità delle sue istituzioni, dei pericoli sia delle ondate nazionaliste che di quelle migratorie incontrollate, di forme di terrorismo sempre più radicalizzato e violento, esse, le donne, confermano che il loro pieno contributo al rilancio dell’Europa è il collante sociale essenziale al rilancio dell’Europa stessa.

Favorire dunque l’empowerment economico delle donne. Creare programmi di istruzione di formazione (STEM), sviluppare l’imprenditorialità e la leadership, una reale rappresentanza, restano alcuni dei punti chiave imprescindibili.

La parità di genere non è una questione che interessa solo le donne, ma anche gli uomini.
La vita non è fatta solo di lavoro e denaro e sempre più evidente la necessità di trovare un equilibrio tra l’attività professionale, la garanzia del proprio reddito e il tempo da dedicare a sé stessi e alla propria famiglia rappresenta un aspetto importante sia per le donne che per gli uomini.

L’iniziativa della Commissione europea per l’equilibrio tra vita professionale e vita privata rispetta il principio della parità di trattamento, introduce nuovi diritti, rafforza quelli esistenti, per contribuire a equilibrare la ripartizione delle responsabilità assistenziali tra donne e uomini, sostenendo così l’occupazione femminile. Tra di essi vi sono il congedo di paternità, il congedo parentale, il congedo per i prestatori di assistenza e modalità di lavoro flessibili per i genitori e i prestatori di assistenza. I problemi di salute possono essere diversi per le donne e per gli uomini. Il terzo programma per la salute dell’UE mira a garantire che le persone abbiano pari opportunità di godere di buona salute e di usufruire di servizi di assistenza sanitaria di qualità, indipendentemente dal genere.

Infine, tutti parlano di una nuova cultura che sappia integrarsi con i nuovi fenomeni che si presentano come “nuova cultura sociale”. Sicuramente le donne li ricevono per prime, all’interno delle famiglie e delle relazioni e ne rispondono, consapevoli che la cultura non è una formula né una parola astratta.

pubblicato da ilmondonuovo.club