Davvero possiamo dire di non aver visto arrivare la bomba demografica? Davvero ci sorprendiamo oggi davanti a una fecondità strutturalmente bassa (1,14figli per donna)? È l’esito di decenni di assenza di azione politica che hanno avuto conseguenze. Entro il2050la popolazione in età lavorativa, secondo l’Istat, scenderà di7milioni e mezzo, mentre gli over 65cresceranno di più di4 milioni e mezzo, anche grazie all’aumento della speranza di vita. Sempre più persone dovranno ricevere le pensioni, sempre meno, con i loro contributi, ne garantiranno il pagamento. Ma non c’è solo questo, perché la crisi demografica nasce in primis dalla cecità politica con cui è stata affrontata, o meglio non affrontata, la questione femminile che ne rappresenta il fulcro. Nessun governo si è occupato davvero di servizi educativi perla prima infanzia, di quelli perla cura, della conciliazione dei tempi di vita e la condivisione delle responsabilità genitoriali, se non con micro misure. Il risultato è stato un corto circuito: la maternità si è tradotta in una penalizzazione professionale chele donne non sono più disposte ad accettare. La scelta di avere figli è stata rinviata, e spesso il rinvio si è trasformato in rinuncia. E non per mancanza di desiderio: secondo l’ Istat solo il3,1%delle donne che non hanno in programma di avere figli lo motiva come scelta di vita. E’ una questione di opportunità. Se un figlio può costare reddito, carriera, autonomia e tempo, con servizi insufficienti e cura non condivisa, non c’è reale possibilità di scelta, ma il condizionamento di vincoli concreti cui si aggiunge l’incertezza sul futuro.
Ecco il grande capolavoro storico delle politiche, tutte, in Italia: il più basso tasso di occupazione femminile in Europa e un numero di figli per donna tra i più bassi del continente. Così si è calpestato il diritto al futuro delle donne e si è causato il cambiamento della struttura demografica Con la conseguenza di un grave danno alla prosperità del Paese e di livelli alti di povertà. Le donne non possono continuare a caricarsi di lavoro di cura gratuito e a essere penalizzate sul lavoro. O diventa un problema prioritario di tutti, e ci si fa carico collettiva mente di questa grave questione di diritti o, come dice Alessandra Bocchetti, grande femminista, e come discusso al festival internazionale di Spoleto nella rassegna “Il coraggio delle donne”, non possiamo meravigliarci che le donne siano scese silenziosamente in sciopero. Il danno, intanto, si autoalimenta. Le donne in età riproduttiva sono sempre meno numerose e dovrebbero fare molti più figli delle loro madri per alzare il tasso di fecondità. Poco credibile. È una spirale che non si interrompe certo con un bonus. Pensate: i due terzi del calo di fecondità dal2008a oggi è spiegato proprio dalla riduzione delle donne in età feconda.
Serve dunque una strategia di lungo periodo: non una misurina qui e una là, all’insegna delpinkwashing. Nidi accessibili e di qualità, tempo pieno nelle scuole, campi estivi, congedi parentali adeguatamente retribuiti, un congedo di paternità realmente paritario, servizi per la cura, abitazioni accessibili, una diversa organizzazione del lavoro, supporto al costo dei figli. Un sistema di misure mai adottato in Italia. E servono politiche per l’indipendenza dei giovani. Ma non basta. Avremo bisogno anche dei migranti per riequilibrare la struttura per età della popolazione: giovani che si aggiungono subito e non dopo30anni, che dovremo saper integrare, con diritti e doveri chiari, formandoli sul piano lavorativo e civico. Altro che remigrazione, ma neanche inazione sulle problematiche che l’immigrazione pone.
La vera sfida è creare le condizioni perché le donne possano autodeterminarsi davvero: avere autonomia economica, scegliere se avere figli, quando e quanti, senza che lavoro, precarietà, tempi di vita e assenza di servizi rendano quella scelta sempre più difficile, per quanto desiderata. Dobbiamo cambiare le condizioni di partenza. Non servono slogan né promesse non mantenute. Come nel caso del programma di Fdl alle ultime elezioni, che sbandierava asili nido gratuiti per tutti e poi ha diminuito i fondi per i nidi. Non ci sono alibi. Tanto meno quello dell’ormai è tardi per recuperare. Le donne hanno diritto a realizzarsi su tutti i piani. I governi hanno il dovere di renderlo possibile.
Linda Laura Sabbadini
la Repubblica, 26 agosto 2026

