Dentro o fuori dal mondo: Francesca Archibugi racconta Carla Lonzi

da | Set 9, 2026 | L'opinione

Anche quest’anno un grande fantasma aleggia nella programmazione principale del Lido durante l’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia, ed è la quasi totale assenza di donne in concorso per il Leone D’oro. Solo una in gara su 20 registi, la danese-egiziana May El-Toukhy con il film Woman Unknown. L’assenza delle donne nel cinema non è di certo una novità. Già nella scorsa edizione del festival le registe in gara erano 6 su 21 partecipanti, ma quest’anno la lista si è ridotta drasticamente, e non senza polemiche, portando il numero di donne in gara a un minimo storico. Il direttore della mostra Alberto Barbera ha spiegato che i festival sono solo l’ultimo anello di una lunga filiera di esclusione delle donne: non solo registe, ma anche sceneggiatrici, tecniche del suono e della fotografia (quest’ultimo è uno dei reparti meno accessibili per le donne), produttrici esecutive e legali, maestranze. Il risultato però non cambia, le registe fanno ancora fatica ad arrivare ai grandi concorsi esattamente come le donne in generale interessate a lavorare nel cinema vedono ridotte le possibilità di accesso alle carriere tanto desiderate. I rischi più grandi di questa esclusione sistemica, però, lo corrono a mio parere le storie che arrivano sul grande schermo. Cosa raccontano? A chi si rivolgono? Quale immaginario costruisco e quale realtà rappresentano? Quando si affronta il tema del gender gap declinato in ambiti diversi si corre sempre il rischio di ridurre la discussione alle quote rosa (che pure io reputo importanti) e a percentuali e numeri di per sé vuoti. Ma in gioco c’è molto di più. E il cinema aiuta molto nel portare avanti questo tema perché inevitabilmente offre una visione, un punto di vista, una prospettiva, una scelta tematica. Ampliare il numero di donne che possono attivamente accedere a più livelli all’industria cinematografica significa ampliare lo sguardo verso una fetta di mondo che si continua a considerare accessoria e marginale.

Con una buona dose di ironia della sorte, in questa prospettiva, al Festival del Cinema di Venezia di quest’anno, nella sezione speciale delle Giornate degli Autori, è stato presentato un piccolo grande capolavoro autoriale diretto da una donna. Si tratta del documentario realizzato da Francesca Archibugi Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo dedicato a una delle figure più importanti del femminismo italiano. Critica d’arte, scrittrice, poeta, pensatrice, Carla Lonzi è la femminista radicale che ha animato la scena intellettuale degli anni ’70 per poi essere riscoperta nuovamente attraverso la pubblicazione dei suoi scritti più noti: Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale, Taci, anzi parla. Il documentario di Archibugi inizia con un filmato televisivo di archivio degli anni settanta, una serie di interviste da cui emerge come erano descritte le femministe dalla società dell’epoca: donne pericolose, aggressive, arrabbiate. Una descrizione che, sono sicura, per troppe persone potrebbe essere valida anche oggi. Eppure con il procedere della narrazione, il ritratto di Carla Lonzi, la femminista più radicale della storia del femminismo italiano, si fa più morbido rivelando una figura emblematica, complessa e, tal volta, anche contraddittoria. Guardando il documentario con non poca commozione, ho realizzato quello che vado teorizzando da molti anni: lo sguardo delle donne può cambiare profondamente la narrazione. Carla Lonzi è una delle studiose che ho più letto e studiato nel corso della mia vita ma, nonostante tutto, il documentario me ne ha restituito un ritratto più intimo, profondo e, a tratti, anche critico. Francesca Archibugi non si era mai confrontata con la regia documentarista ed è la compagna di Battista Lena, l’unico figlio di Carla Lonzi, due elementi questi che rimangono ai margini della sua narrazione pur essendo rilevanti. La regista intervista le vecchie compagne di Rivolta Femminile, uno dei primi gruppi di autocoscienza italiano fondato negli anni ’70 da Lonzi insieme alle sue storiche amiche, Elvira Banotti e Carla Accardi, ma intervista anche le giovani femministe che, oggi, scoprono il pensiero di Carla Lonzi dando vita ad un confronto generazionale necessario immortalato da Archibugi.

Negli anni ’70 Rivolta Femminile fu un progetto rivoluzionario in cui gruppi più o meno ristretti di donne si ritrovavano per prendere parola, confrontarsi e prendere coscienza della loro condizione di donne. Prendere parola era, e resta, difficilissimo e «ascoltare le altre donne come se si ascoltasse se stesse», come viene detto ad un certo punto nel documentario, era ed è, anche oggi, un esercizio profondo di scoperta della propria identità e identificazione con le altre donne. Rivolta Femminile era un vero e proprio programma culturale che si avvaleva persino una propria casa editrice, Scritti di Rivolta Femminile, per garantire la totale indipendenza ideologica da quella maschile dominante; ma aveva soprattutto un unico obiettivo: sostenere l’impossibilità di un’uguaglianza formale con gli uomini e rivendicare l’autonomia assoluta del genere femminile. Questo rappresenta forse uno dei nodi più controversi del pensiero di Lonzi, perché anche se la conosciamo come la femminista radicale che valorizzava la differenza sessuale e promuoveva gruppi di autocoscienza e di presa di parola esclusivamente femminili, Lonzi nella sua vita privata non ha mai rifiutato il dialogo con gli uomini, anzi. E questa apparente contraddizione è in realtà una delle sue eredità più vive e attuali. In fondo, rivendicare la sessualità femminile, contestare le strutture politiche tradizionali colpevoli di promuovere l’oppressione patriarcale e criticare la famiglia tradizionale e l’istituzione del matrimonio per il modo in cui sottomettono le donne, erano (e sono) tutti modi per tentate di riscrivere i codici simbolici della relazione con gli uomini. A un certo punto nel documentario sentiamo pronunciare una frase: «Il femminismo non nasce da una teoria ma da una necessità vitale».

Da quella necessità, Rivolta Femminile voleva scardinare tutti quei luoghi della cultura e dell’arte in cui le donne venivano sistematicamente escluse dagli uomini e rivendicare quell’esclusione, evidenziarla come valore da difendere e custodire. Mi fa molto effetto pensare che oggi siamo in un punto diverso della storia, in cui l’esclusione dal mondo della cultura e delle arti viene ancora subita e non più rivendicata. Lei era una critica d’arte rigorosa e appassionata, eppure non avrà nessun ruolo all’interno dell’accademia. A differenza di altre femministe sue contemporanee, Lonzi rimane per molto tempo nell’ombra scegliendo consapevolmente la pratica radicale alla teoria. Attraverso il femminismo avviene la presa di coscienza di operare in un mondo creato dagli uomini per gli uomini in cui si replicavano logiche di potere maschili. Sottrarsi al mondo accademico e artistico era dunque l’unica strada possibile per poter manifestare la propria ribellione radicale all’ordine patriarcale delle cose. Eppure, oggi Lonzi viene restituita alla storia e torna nel mondo dell’arte e del cinema proprio grazie ad Archibugi passando dalla porta principale. In un momento in cui le donne per poter esistere facevano di tutto per essere considerate brave come gli uomini, essere assente, sottrarsi dal mondo dell’arte, ha rappresentato per Lonzi un segnale di rottura e di rivoluzione. Ma in una rinnovata assenza programmata delle donne che permea ogni ambito, nessuno escluso, cinema compreso, occorre riscrivere quel messaggio. Carla Lonzi si era estromessa volontariamente pensando che non fosse adatta per stare in quei mondi; oggi invece nei nostri molteplici mondi non solo dobbiamo starci ma dobbiamo pretendere di esserci. Ferocemente. Tocca a noi decidere di stare dentro o fuori e, in qualche modo, Francesca Archibugi ce lo ricorda con il suo ultimo lavoro.

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