Premio di maggioranza, indicazione del candidato premier, ritorno delle preferenze e nuove soglie per i piccoli partiti. Il nuovo sistema elettorale ridisegna il modo in cui voteremo. Ma c’è una domanda che non può essere lasciata ai margini: quale spazio avranno le donne nella futura rappresentanza politica?
La nuova legge elettorale, ribattezzata “Stabilicum”, si presenta come una riforma destinata a modificare profondamente gli equilibri della politica italiana. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire maggiore stabilità, favorendo la formazione di una maggioranza parlamentare riconoscibile e rafforzando il rapporto tra voto degli elettori e governo.
La novità più significativa riguarda il premio di maggioranza: la coalizione o lo schieramento che supera il 42% dei voti ottiene un consistente vantaggio nella distribuzione dei seggi. Il sistema, tuttavia, ha una sorta di “doppia faccia”: se nessuno raggiunge quella soglia, il premio non scatta e il Parlamento può risultare nuovamente frammentato.
A questo si aggiunge l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio da parte della coalizione. Una scelta che avvicina il sistema elettorale a una forma di investitura politica diretta del futuro premier, pur senza trasformare formalmente l’Italia in una Repubblica presidenziale.
Tornano inoltre le preferenze, anche se non integralmente: una parte delle candidature potrebbe rimanere affidata ai capilista bloccati. È proprio su questo punto che si apre una questione fondamentale per la qualità della rappresentanza.
E LE DONNE? 
È questa la domanda che dovrebbe accompagnare ogni discussione sulla nuova legge elettorale.
Non basta chiedersi chi vincerà. Dobbiamo chiederci anche chi siederà in Parlamento, chi avrà la possibilità di essere candidato, chi sarà collocato in posizione realmente eleggibile e chi potrà partecipare alla costruzione delle decisioni pubbliche.
Il ritorno delle preferenze può rappresentare un’opportunità importante, perché restituisce agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Ma le preferenze, da sole, non garantiscono la parità.
Se le liste continueranno a essere costruite senza una reale attenzione all’equilibrio tra uomini e donne, il rischio è che la competizione elettorale riproduca gli stessi squilibri che da decenni caratterizzano la politica italiana.
La vera questione, dunque, non è soltanto quante donne saranno formalmente candidate. La questione è quante saranno collocate in posizione competitiva, quante saranno sostenute dai partiti, quante avranno accesso alle candidature nei collegi più contendibili e quante arriveranno effettivamente nelle istituzioni.
La parità non può essere una clausola decorativa
L’Italia ha compiuto importanti passi avanti sul piano normativo, ma la distanza tra parità formale e parità sostanziale rimane evidente.
Una legge elettorale moderna dovrebbe quindi essere valutata anche sulla sua capacità di assicurare una rappresentanza equilibrata di uomini e donne.
Questo significa intervenire sulla composizione delle liste, sulle candidature, sulla posizione dei capilista, sull’alternanza di genere e sulle modalità concrete attraverso cui le preferenze possono tradursi in una rappresentanza equilibrata.
Ma significa anche affrontare un tema ancora più profondo: il potere politico continua a essere organizzato secondo modelli costruiti prevalentemente dagli uomini e intorno a reti di potere prevalentemente maschili.
La democrazia non è pienamente rappresentativa se metà della popolazione continua ad avere un accesso più difficile ai luoghi nei quali si decide.
Il rischio della polarizzazione
Il premio al 42% potrebbe accentuare la competizione tra i due principali schieramenti, favorendo una maggiore polarizzazione del confronto politico.
Questo può avere un effetto positivo sulla governabilità, ma può anche produrre un effetto collaterale: la riduzione dello spazio politico per le forze più piccole e per quelle realtà che rappresentano istanze specifiche della società.
Tra queste vi sono anche molte esperienze politiche e civiche costruite dalle donne.
Il problema non riguarda soltanto i partiti. Riguarda il pluralismo della democrazia.
La partecipazione delle donne non può essere considerata una questione “di genere” separata dalla qualità democratica del Paese. È, al contrario, una questione di democrazia.
Dalle quote alla democrazia paritaria
Occorre allora fare un salto culturale.
Non possiamo continuare a discutere delle donne soltanto quando si parla di quote, candidature o percentuali. La domanda dovrebbe essere più ambiziosa:
come costruire un sistema politico nel quale donne e uomini abbiano realmente le stesse possibilità di contribuire alla definizione del futuro del Paese?
La democrazia paritaria non significa sostituire una classe dirigente con un’altra. Significa ampliare la democrazia, portando nei luoghi decisionali competenze, esperienze e punti di vista diversi.
Le donne portano nella politica temi che non sono “temi femminili”: lavoro, welfare, salute, educazione, ambiente, innovazione, sicurezza, economia, trasformazione digitale, cura dei territori, demografia. Sono temi che riguardano l’intera società.
La vera sfida del 2027
La discussione sullo Stabilicum non dovrebbe quindi esaurirsi nella domanda: chi prenderà il premio di maggioranza?
Dovremmo aggiungere una seconda domanda, altrettanto importante:
quale Parlamento vogliamo costruire?
Un Parlamento nel quale la rappresentanza delle donne sia affidata alla buona volontà dei partiti?
Oppure un Parlamento nel quale la parità sostanziale sia considerata una condizione della qualità democratica?
La nuova legge elettorale sarà davvero una legge per il futuro se riuscirà a garantire contemporaneamente governabilità, rappresentanza, pluralismo e parità.
Altrimenti rischiamo di avere un sistema capace di stabilizzare i governi, ma non ancora capace di rappresentare pienamente la società italiana.
E allora la domanda resta, inevitabile:
STABILITÀ SÌ. MA PARITÀ QUANDO?
Perché una democrazia che chiede alle donne di votare, ma non garantisce loro pari possibilità di essere elette, è una democrazia ancora incompleta.
La vera rivoluzione del 2027 non sarà soltanto decidere chi governerà.
Sarà decidere chi avrà il diritto, la possibilità e la responsabilità di rappresentare l’Italia.
E in quella fotografia del Parlamento del futuro, le donne non possono più essere una presenza da contare dopo il voto. Devono essere protagoniste della costruzione del voto.
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