Anni fa ho preso in cura come psicoterapeuta Lauretta, di anni 5. I genitori hanno saputo dal loro medico pediatra della possibilità di far seguire la loro figlia all’ultimo anno di scuola dell’infanzia.
La bambina era quasi mutacica, parlava poco e soprattutto comunicava in modo difficile. La mamma svolse con me alcune sedute di psicoterapia che erano mirate a sostenere la sua figura genitoriale. Il padre chiese di essere ascoltato con la mamma, preoccupato di come gestire la situazione. I genitori non andavano d’accordo e uno attaccava l’altra e viceversa su questioni di ruolo e di relazione, non solo con Lauretta ma anche con Miranda, la loro secondogenita, di 2 anni più piccola. I due litigavano davanti alla prole, le bimbe credo soffrissero, ma non avevano fino ad allora la possibilità di esprimere il loro disagio.
A scuola, secondo quanto riportato in una scheda finale scolastica, Lauretta non aveva una buona manualità ed era in conflitto con le sue coetanee.
Un giorno il padre mi telefonò, in presenza della mamma, esprimendo grande ansia circa la loro incapacità a relazionarsi con la figlia. Stato che aumentava il loro senso di responsabilità.
Nel chiedermi cosa pensassi di Lauretta, del perché parlasse così poco e litigasse con le sue compagne di classe aggiunse:” Mi dica se è autistica!” Lo tranquillizzai. Gli spiegai che i loro litigi probabilmente avevano reso la parola quasi assente, ovvero “vuota”, nel non trovare né spazio né ascolto a domande come: “Perché siete arrabbiati?”.
A questa condizione la nascita della secondogenita aveva in qualche modo e ulteriormente creato gelosia e competizione nella figlia che riviveva a scuola con le coetanee.
Tuttavia la cura più bella fu proprio quando Lauretta ritagliò con un paio di forbici grandi un disegno che lei stessa aveva fatto. Questo significava che la scuola era stata troppo severa o in generale intransigente con lei mentre, nel mio studio senza troppa severità e permettendole la spontaneità era riuscita a dare il meglio! Così come la volta che fece un grande sole di pongo con due manine e lo stese su un cartoncino dicendo: “Questa è Miranda!”. Un segnale di accettazione rispetto alla sorellina che le aveva spodestato il ruolo di figlia unica.
La diagnosi di autismo, paura dei genitori, era solo un pretesto per parlare del loro disagio e le mie osservazioni aprirono il campo del contesto familiare, ancora giovane ma intriso di riguardo per Lauretta. I due genitori cercarono di non litigare davanti alle piccole e si calmarono, dandosi reciprocamente fiducia genitoriale. E iscrissero Lauretta ad un corso di danza classica, situazione complessivamente volta a esaltare la sua autostima, e la secondogenita in un’altra classe.
Chi è da sempre interessato alle diagnosi sa considerare i comportamenti umani come una sorta di istantanee, di foto o radiografie fugaci, non profondamente veritiere, che parlano delle persone per sommi capi, come per la vicenda di Lauretta e la sua famiglia.
Ma cosa si può definire normale? “Da vicino nessuno è normale”, era un aforisma ai tempi della chiusura dei manicomi, negli anni 80, sostenuto da Franco Basaglia, psichiatra di eccellenza e padre della nuova psichiatria italiana, che ha permesso di inventare un’identità del malato mentale, di descrivere comunque l’essere umano denso di umanità e pieno di senso di libertà profonda, del desiderio di stare in libertà totale e non in “cattività”.
E di democrazia, perché il soggetto è inserito nella società che lo descrive e lo etichetta. Noi proviamo con la psicoterapia psicoanalitica a reiventarlo e a creare un contesto nuovo, trasformarlo da traumatico che era, ad accettabile, consapevole e libero.

