La grande forza, e il limite, degli umani è quella di dimenticare quello che capita agli altri.
Come se la stessa cosa non ci riguardasse o non ci potesse capitare anche a noi.
C’è chi sostiene che è una forma di sano egoismo, che aiuta a mantenersi a distanza dal male per stare bene. Insomma le disgrazie altrui non possono compromettere il proprio benessere.
Ma, a caldo, la solidarietà, se non altro con l’idea che potresti averne bisogno un giorno o l’altro, la si dà.
Ospitalità (breve), abbigliamento, coperte, cibo, aiuti materiali e logistici.
Insomma non potremmo dire per esempio che quando Firenze fu alluvionata nel 1966, non fossero arrivati numerosi giovani, gli “angeli del fango”, a recuperare il luogo e l’arte.
Vogliamo elencare tutti i terribili eventi, terremoti, nubifragi, incendi, crolli ecc. alle cui conseguenze istantanee, non si siano messe in moto centinaia di persone, volontari, oltre agli addetti all’uopo per i primi soccorsi. Perché nonostante tutto davanti alle tragedie si mette in moto l’’onda umana che ha permesso nel tempo di resistere, sopravvivere e, appunto comi dicevamo, dimenticare per ricominciare.
Così abbiamo attraversato la seconda metà del secolo XX in una relativa pace dopo due guerre mondiali. Nonostante ciò, non ci siamo risparmiati i guai che la storia racconta.
Una società inquieta sempre alla ricerca di soluzioni stabili o definite che in Italia ha dovuto fare i conti con una politica dell’eversione, movimenti terroristici, sistemi malavitosi.
In questo quadro banalmente generico oggi stiamo vivendo, oltre il nostro perimetro, conflitti regionali che probabilmente cambieranno il Mondo. Ciononostante, mentre assistiamo all’escalation nel Golfo, siamo portati a fare il “callo” all’invasione Russia-Ucraina e alla guerra che ne è derivata.
Eppure, all’inizio, abbiamo tutti risposto anche a questo dramma agendo con l’accoglienza per i profughi, per i bambini orfani e perfino gli animali, con raccolte di abiti e di generi di prima necessità. Quello che un popolo in pace può fare per aiutare un popolo vittima di guerra. Abbiamo visto paesi interamente cancellati, edifici crollati, corpi torturati e uccisi stesi a terra, persone morire di freddo, bambini divisi dalle famiglie. Una guerra che per il suo lungo svolgimento, per l’incapacità politica e diplomatica oltre che militare stenta a finire.
E nei tanti giorni che compongono quattro anni, la gente si è assuefatta. La cosa non fa più notizia, e avanza la certezza o il sospetto che più di tanto, individualmente, non si possa fare. E se è capitato là e non qua che ci si può fare. Se poi, mentre ci si metteva l’anima non proprio in pace ma in attesa, ecco che arriva la tragedia palestinese, si è ricominciato a contare i morti. E così si è ricominciato a partecipare con i soliti mezzi a disposizione, forse più arditi nelle manifestazioni pubbliche ma per lo più seduti davanti alla televisione quasi con rassegnazione: Un déjà vu.
Si sapeva da tempo che queste popolazioni non vivessero in pace ma noi che potevamo fare? Non c’è una risposta anche se il peso della responsabilità individuale e collettiva continua a gravare su tutti.

