“IL TEOREMA DI ZHOU”. INTERVISTA ALL’AUTRICE

da | Giu 17, 2026 | Interviste/Video

 Intervista di Annamaria Barbato Ricci per la rivista  ilmondonuovoclub.it

Ciascuna ha la sua Zhou; ciascuna ha un coriandolo di Zhou, nella sua vita. Chiudi le pagine del libro “Il Teorema di Zhou”, di Marta Ajò (Graphofeel editore), ed è la prima riflessione che ti salta in mente. Perché questa piccola cinese è un’icona di resilienza e di muta propensione al sacrificio; di cattiva stella alla nascita e di lotta per rimanere a galla. Un profilo soprattutto femminile.

Con Marta Ajò parleremo del suo quinto romanzo che, insieme a saggi storico-politici, costituisce il bouquet della sua variegata attività letteraria.

Com’è nato il romanzo?

L’ispirazione è frutto di sedimentazione. Ognuno di noi ha certi cassettini della mente, nati nel corso degli anni, che miracolosamente poi diventano la figura di un puzzle. Tanti anni fa lessi di un tragico incendio a Prato che colpì una fabbrica clandestina, in cui lavoravano tanti cinesi, espatriati in Italia e senza identità. La notizia mi rimase impressa e diede il la a una serie di riflessioni sulla vita grama di questi “invisibili”. Anni dopo, mi trovai a passare in auto per caso in una strada della periferia romana, un abbozzo di via sterrata dove, in un palazzo malamente intonacato, tipico di abusivismo edilizio, c’era un negozietto di generi vari, sulla cui soglia sostava una minuscola cinese. Incuriosita, entrai e lei, con una gentilezza che non avevo mai sperimentato fra i miei connazionali, mi mostrò pazientemente tutti i prodotti che aveva in bottega. Pur senza aver bisogno di nulla, uscii di lì con un borsone pieno di detersivi et similia.
Era bastato uno sguardo fra noi due: si capiva che la donna si domandava chi fossi io e perché fossi lì e io mi interrogai su chi fosse lei.

Dall’esperienza alla stesura di un romanzo. Quale è stato il corto circuito che ha portato a raccontare questa vicenda, poi divenuta corale, che unisce, oltre alla storia di Zhou, le vita di donne diverse fra loro, ma accomunate in senso di umanità?

Chi scrive trae ispirazione non solo dalla sua interiorità, ma anche dal panorama umano che lo circonda. Quel giorno, in quella strada di quasi campagna ma già città, la mia interlocutrice suscitò in me un meccanismo di sensibile interesse al suo essere straniera e da quel suo sguardo che mi fece sentire straniera. Mi interrogai, allora, su questa condizione, che ravviso in special modo nelle donne, di attenzione all’altro e alle sue condizioni; anch’io un po’ mi sentii straniera rispetto a lei e, nel contempo, mi chiesi come in cuor suo subisse i pregiudizi sociali che, comunque, sono automatici nella cultura popolare. Espressi queste mie sensazioni nell’unico modo consentito a una scrittrice: mettersi al PC e testimoniare.

Zhou e le altre protagoniste, a cominciare da colei che è una sorta di catalizzatrice della sua personalità, apprezzandone la preziosità delle merci, non più “pezze”, ma stoffe uniche, ossia la Signora, sono l’esempio di un insopprimibile istinto umano, la ricerca della felicità. Quella che si trova inserita nella Costituzione americana, su suggerimento del filosofo napoletano Gaetano Filangieri, è un diritto quesito dell’umanità. Come si esplicita tutto ciò nel romanzo?

Senza voler spoilerare la trama, il baricentro della storia è proprio la ricerca, in ciascuno dei co-protagonisti, di una “felicità” che appare vicina e lontana al tempo stesso e, ancor di più, la sua perfezione che è rappresentata simbolicamente per tutti evocando la lontana Cina, di cui Zhou rappresenta la fisicità. La Cina, però, nella realtà, è ben altro da come ciascuno di loro la immagina. La stessa Zhou ne ha una concezione sfumata nei suoi ricordi di bambina, essendo nata in Italia.

In sintesi, quando ti sei scoperta scrittrice?

Quando la politica ha perso per me attrattiva. Prima, certo scrivevo: saggi, articoli giornalistici, riflessioni, ma sentivo che una parte di me non aveva voce. Nel 2007, esordii con un romanzo e quasi è emblematico il titolo: Il trasloco. In quell’occasione, la Marta politologa si trasferì nella Marta scrittrice. Fu un’esperienza appagante, anche sotto il profilo personale. Tale evoluzione dalle  esperienze politiche mi ispirò nuove vicende da scrivere. Altri romanzi, altri personaggi. Altro pezzo transfert di me stessa. Ho altri libri già finiti nel cassetto, perché non smetto mai di osservare il mondo che mi circonda e la verità mi appassiona. Forse è perciò che non ho avuto fortuna in politica.

Scrivere libri confligge con un certo affanno del mondo dell’editoria, Come vivi questa situazione che rappresenta una crisi culturale, dove il sapere e il leggere sono minoritari?

Se nei miei cassetti ho, al momento, riposto alcuni manoscritti è perché la difficile situazione dell’editoria è stata risolta, da editori grandi e piccoli, azzerando il rischio imprenditoriale e richiedendo agli autori di sobbarcarsi gran parte delle spese vive, anche comprando un certo numero di copie. Tutto ciò è svilente per chi scrive. Fortunatamente esistono anche editori che amano il loro lavoro, quella della ricerca di libri che si distinguono in qualità. Professionisti che davvero leggono i manoscritti e ci credono.
Così è stato per Graphofeel, con cui ho già pubblicato il romanzo “Di cibo e di amore”, che affronta il delicato tema dell’anoressia e dei rapporti genitoriali. Un argomento scottante, da alcuni vissuto come innominabile, che miete vittime soprattutto nella giovani generazioni. E che ora pare passato di moda, pur continuando carsicamente a colpire. Ora sono in libreria con “Il teorema di Zhou”, uscito in occasione del recente Salone del Libro di Torino. Graphofeel, nella persona dell’editrice Laura Pacelli, quando decide di pubblicare un libro, ha cura dei suoi autori e li fa sentire sostenuti.