Najmeh Amini condannata a morte a 23 anni per un post sui social.
“Chiedo soltanto giustizia e la possibilità di difendermi. Mi rivolgo agli attivisti per i diritti umani e a tutti coloro che danno ascolto alle voci degli innocenti. Vi prego, indagate sul mio caso. Voglio che la mia voce raggiunga le organizzazioni internazionali per i diritti umani e le istituzioni competenti delle Nazioni Unite. Ascoltatemi, indagate e seguite da vicino la mia vicenda. Ricordate il mio nome. Forse non potrò più parlare, ma finché sarò viva continuerò a sperare. Spero di vedere il mio Iran prospero e libero, prima che il cappio ponga fine alla mia vita”.
I fatti che hanno portato all’arresto della ragazza risalgono all’inizio del 2026. Tra la fine di gennaio e il primo febbraio, Najmeh viene arrestata brutalmente nel bazar Ferdowsi di Mashhad, nel pieno dell’ondata di proteste esplosa tra la fine del 2025 e i primi mesi di quest’anno.
A formalizzare le pesantissime accuse è stata la polizia informatica iraniana (Fata). Per la giovane è scattata una doppia condanna. Pena di morte, pronunciata dal Primo tribunale penale della provincia del Razavi Khorasan per l’accusa di “sab ol-nabi” (insulto al profeta), un reato di blasfemia che prevede la pena capitale nel codice penale della Repubblica Islamica. E 12 anni e sei mesi di reclusione, inflitti dal Tribunale Rivoluzionario in un procedimento separato per presunte “azioni contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il regime”.
Durante la detenzione a Najmeh è stato negato un legale di fiducia. Inoltre, come denunciano ONG come Iran Human Rights (IHRNGO), Hengaw e Human Rights Activists, i giudici avrebbero ignorato le norme del codice penale iraniano che escludono la pena capitale se l’atto è stato commesso in stato di alterazione: la ragazza aveva infatti dichiarato di aver scritto i post sotto l’effetto di funghi allucinogeni.
A commentare il drammatico caso è intervenuta anche la giurista e Premio Nobel per la Pace 2023 Shirin Ebadi. L’attivista iraniana in esilio ha sottolineato la gravità del momento: “Condannando a morte una ragazza innocente per una frase, il regime mostra di non dover rispondere più a nessuno. È un salto di qualità: nel 2026 le persecuzioni delle donne sono enormemente aumentate.”
Al momento la sentenza a carico di Najmeh Amini non è ancora del tutto definitiva. La famiglia, gli attivisti e la comunità internazionale chiedono a gran voce una revisione del processo prima che sia troppo tardi, con la speranza che i riflettori puntati sul caso possano salvare la vita della ventitreenne.

