Il Rapporto annuale Istat è assai ricco. Ne emerge un Paese a bassa crescita, con elevata esclusione sociale, scarsa parità di genere e non valorizzazione dei giovani. Un Paese con un pil reale che nel 2025supera i livelli del 2007 dell’l,9 per cento, a fronte di quasi il 20di Francia, Germania e Spagna
Una grande giornata ieri alla Camera dei deputati: di fronte al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente dell’Istat presenta il Rapporto annuale e apre le celebrazioni dei 100 anni di questa importante istituzione super partes che garantisce informazioni statistiche di elevata qualità, preziose per ispirare la politica. «Contare l’Italia è stato il nostro impegno per un secolo, contare per il futuro è la promessa che rinnoviamo oggi», ha affermato il presidente Chelli. Certo è che il Parlamento dovrebbe agire con la prossima finanziaria per garantire che ciò sia possibile, attraverso un consistente investimento di risorse per l’Istat, cosa che non è accaduta per molti anni. E interesse di tutti: cittadini, maggioranza e opposizione.
Il Rapporto annuale è assai ricco. Ne emerge un Paese a bassa crescita, con elevata esclusione sociale, scarsa parità di genere e non adeguata valorizzazione delle risorse giovanili. Un Paese con un pii reale che nel 2025supera i livelli del 2007di appena1’1,9 per cento, a fronte di quasi il 20 per cento di Francia, Germania e Spagna; dove cresce l’occupazione ma la povertà assoluta è raddoppiata nel 2012 e non è mai tornata ai livelli precedenti ed è aumentata ulteriormente nel 2020 e nel 2022;dove le donne non riescono a lavorare quanto vorrebbero, 53,8% il tasso di occupazione, ultimi in Europa; dove da dieci anni siamo fermi nella divisione dei ruoli nella coppia, con le donne più sovraccariche di lavoro familiare dei loro partner.
Le donne assorbono ancora il 68,9% delle ore di lavoro familiare prodotte dalla coppia. Al Sud stanno peggio che al Nord come livello di asimmetria dei ruoli (76% contro 66%), ma la situazione non migliora neanche nel settentrione. Ma non possiamo meravigliarci. Che misure sono state adottate per aumentare la condivisione delle responsabilità familiari? E così, a fronte della crescita dei bisogni di aiuto delle famiglie di anziani soli e delle necessità di altri tipi di famiglie come le coppie con bambini oi mono genitori, crescono le persone che hanno dato aiuti informali. Si passa dal 26,5% al 34,3%. La grande risorsa di solidarietà tipica del nostro Paese ha svolto ancora una volta un ruolo di supplenza nel bisogno dei propri cari e il pilastro di questa cura era e resta il lavoro non retribuito delle donne.
E veniamo ai giovani. L’Istat ci documenta che per gran parte del Novecento il nostro Paese ha conosciuto una significativa mobilità sociale ascendente. Grazie alla crescita economica e all’espansione delle professioni qualificate, i figli riuscivano a raggiungere condizioni sociali migliori rispetto a quelle dei genitori.
L’ampliamento delle classi medie e superiori aveva rappresentato uno dei principali motori di inclusione e di progresso sociale. Questo processo si interrompe bruscamente a partire dalla metà degli anni Novanta. Con il rallentamento della crescita economica si arresta anche l’espansione delle posizioni professionali più qualificate. Per le nuove generazioni le possibilità di miglioramento sociale si riducono drasticamente e il rischio di retrocedere rispetto alla famiglia di origine diventa maggiore della probabilità di avanzare. La percentuale di chi, della generazione nata tra il 1980 e il1994,a 30 anni si trova in una posizione più bassa di quella del proprio padre alla stessa età è al 27,1% e in posizione più alta è al 25,1%. E questo non riguarda soltanto chi proviene dagli strati più svantaggiati, ma coinvolge anche i figli delle classi medie e medio-alte.
Le origini familiari influenzano ancora profondamente le opportunità di riuscita sociale, anche se meno di prima. Ma i giovani di oggi studiano di più dei loro genitori e ciò significa che il titolo di studio non garantisce un corrispondente avanzamento sociale e professionale. Molti sperimentano un forte disallineamento tra le competenze acquisite e il lavoro svolto, con una dispersione crescente di capitale umano che impoverisce non solo le traiettorie individuali ma l’intero Paese. E che spinge a espatriare. Anche guardando alle transizioni nel mercato del lavoro avvenute tra il 2024 e il 2025emerge che l’entrata nell’occupazione dei giovani fino a 34 anni avviene nella maggior parte dei casi con un lavoro a termine (67,8%). Gli ingressi nell’occupazione come dipendente a tempo indeterminato riguardano solo il 26,6% dei casi. E allora non possiamo meravigliarci dei bassi livelli di fecondità del Paese, che poco hanno a che fare con una non volontà di avere figli, come progetto di vita, segnalato da pochissimi giovani, neanche il 3% del totale. Le motivazioni sono più complesse. La rete informale di aiuto è sotto pressione e i bisogni dei diversi tipi di soggetti rischiano di entrare in competizione uno con l’altro.
Siamo un Paese pieno di potenzialità e di capacità di resilienza che ha bisogno di valorizzare le risorse femminili e giovanili. Manchiamo da troppo tempo di una “visione-Paese” che metta al centro donne e giovani. È ora di disegnarla e attuarla. Le parole non bastano più.
Linda Laura Sabbadini
La Repubblica, 22 maggio
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