La violenza sulle donne è un dramma che dobbiamo fermare di Isa Maggi, Stati Generali delle Donne
Sei donne uccise in cinque giorni per mano di mariti e compagni, due gravemente ferite. Non sono numeri: sono vite spezzate, storie interrotte, famiglie devastate. È una situazione che dovremmo considerare un lutto nazionale, in un Paese che continua a non riuscire ad arginare una piaga sociale che, ormai lo sappiamo, uccide più della criminalità organizzata.
Una scia di sangue che lascia sgomenti e che dimostra, ancora una volta, come le singole norme, per quanto necessarie, non bastino a fermare la mattanza. Lo ripetiamo da anni, come Stati Generali delle Donne: servono leggi, sì, ma le leggi da sole non salvano vite se non sono accompagnate da una cultura del riconoscimento del rischio e da una rete di protezione reale, tempestiva, competente.
Le avvisaglie ignorate
Troppo spesso i segnali della violenza e i fattori di rischio vengono sottovalutati da chi dovrebbe predisporre la protezione delle donne. E ancora più spesso accade che le donne che si rivolgono alle istituzioni per denunciare la violenza domestica non vengano credute — proprio come troppo spesso accade alle vittime di stupro. E’ indispensabile e non più rinviabile un piano nazionale di formazione specifica e obbligatoria per tutti coloro che si occupano di violenza di genere — forze dell’ordine, magistrati, servizi sociali, servizi sanitari.
E ci chiediamo: può questo Paese continuare a muoversi sulla sola dimensione repressiva, intervenendo sempre e soltanto dopo che il danno è fatto? Quanto ancora dobbiamo aspettare per un investimento organico sulla prevenzione?
Le donne uccise in questi giorni pagano con la vita il proprio diritto all’autodeterminazione, alla propria indipendenza, alla scelta di andarsene da relazioni fatte di controllo e prevaricazione. Sono il simbolo di una resistenza quotidiana, silenziosa, che troppo spesso si consuma nell’indifferenza generale.
Colpisce, e non poco, il silenzio che ha accompagnato questa drammatica sequenza di sei femminicidi in pochissimi giorni. Una scia di sangue che mette in discussione l’efficacia stessa degli strumenti oggi in uso alle forze dell’ordine — la valutazione del rischio, i piani di protezione — se è vero che donne che avevano denunciato sono state comunque lasciate sole, fino a essere uccise da chi diceva di amarle.
Le donne che perdono la vita in queste circostanze cercavano una cosa sola: la libertà. La libertà da un partner o da un ex partner che non accettava la fine di un legame, la libertà da un controllo che si era fatto ossessione, da una prevaricazione quotidiana che nessuna denuncia era riuscita a fermare in tempo, muoiono nel tentativo di riprendersi ciò che gli spetta di diritto.
Cosa chiediamo
Come Stati Generali delle Donne continuiamo a chiedere:
- un piano nazionale di formazione obbligatoria per chi opera nel contrasto alla violenza di genere; un lavoro da rivolgere alle Forze dell’Ordine, alle assistenti sociali, agli operatori nei Tribunali e nelle Procure, presso gli Ordini professionali;
- il rafforzamento reale — non solo sulla carta — degli strumenti di valutazione del rischio;
- l’ascolto delle donne che denunciano, senza pregiudizio e senza minimizzazione;
- un investimento strutturale per intensificare la prevenzione culturale, a partire dalla scuola. Le azioni sono già in atto da decenni a cura di insegnanti illuminati. Occorre continuare e diffondere le buone pratiche già in uso. Non c’è nulla di nuovo da inventare in questo ambito.
- una campagna di sensibilizzazione diffusa e continuativa, non episodica.
- un ampliamento nazionale dei luoghi di ascolto, di accoglienza, oltre la rete dei Centri Antiviolenza. Esistono spazi e luoghi su tutto il territorio nazionale che svolgono da anni un lavoro volontaristico che non è riconosciuto ed è svolto in maniera assolutamente volontaristica. Occorre valorizzare questi spazi e questo ulteriore supporto svolto in maniera professionale da moltissime volontarie/volontari in ogni regione italiana.
- il coinvolgimento delle aziende e delle attività economiche che diventano “sentinelle”. Questa è un altra campagna che abbiamo già attivato e che ha coinvolto centinaia di negozi, di imprese e di attività.
Non possiamo più permetterci il lusso del silenzio, né quello della sola indignazione a intermittenza.
Ogni donna uccisa è una sconfitta collettiva.
Fermare questa mattanza è una responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, forze dell’ordine, scuola, media, e ciascuno/a di noi nel proprio quotidiano.
“Nessun dorma”, assumiamoci la responsabilità.
Isa Maggi, Coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle Donne

