Le donne della Resistenza, la resistenza delle donne

da | Apr 24, 2026 | Testimonianze e contributi

Questo brano è tratto dall’interessantissimo  articolo di  Rosangela Pesenti,  pubblicato su COMUNEInfo, del 23 aprile. 
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L’immagine è quella pubblicato dalla testata medesima. (n.d.r.)

Si dimentica che le partigiane, anche quando presero le armi e spararono e uccisero, lo fecero con un pensiero disarmato, con propositi disarmanti. Basta leggere Carla Capponi o perfino Elsa Oliva, Gina Borellini o Teresa Mattei, solo per fare qualche nome[28]. Nessuna esaltò le armi e il bel gesto dell’eroe che uccide o viene ucciso, non lo fecero nemmeno gli uomini, come possiamo leggere nelle tante testimonianze perché nessuno prese le armi e sparò e mise bombe e uccise a cuor leggero.

Si trovarono dentro una guerra e ognuno fece quello che sapeva e si sentiva di fare: donne e uomini. La guerra è una forma di delinquenza, ricordava Velia Sacchi, e induce a delinquere, tira fuori il peggio delle persone. Nella Resistenza uomini e donne cercarono, nelle condizioni che abbiamo imparato a conoscere, di tirar fuori il meglio, di preparare un futuro di libertà e giustizia. Sono proprio gli uomini anzi a scoprire, nella durezza della guerra, il valore dei gesti di cura, la solidarietà tra compagni e a praticare quelle virtù quotidiane che tengono in vita e ne fanno le più autentiche virtù eroiche, come ricorda Todorov[29].

Le parole non sono armi, possono fare molto male ma non uccidono e non feriscono, sono strumenti utilizzabili in moltissimi modi, sono fondamenti della cultura, del modo stesso di esistere della specie umana, invece le armi, tutte le armi, hanno solo due funzioni: uccidere o restare inutilizzate come investimenti che occupano spazi e risorse, pronte a ridiventare redditizie nelle guerre, nell’azione di uccidere. Chi ha dovuto combattere davvero, in una guerra che non aveva voluto, conosceva bene la differenza tra l’enfasi guerresca del regime fascista e la realtà di una guerra atroce in cui si trovava a combattere…

Una storia straordinaria che le protagoniste considerano ordinaria ed è questo il salto politico che non riescono a comprendere gli uomini, che siano storici o compagni di brigata, mariti, amanti, parenti, docenti.

Sono le donne che si occuperanno degli stupri di guerra, operati anche dai soldati dell’esercito alleato che risaliva la penisola e che in certe zone fu un fenomeno di massa, denunciando la vergognosa omertà delle istituzioni, le donne che organizzarono il salvataggio di migliaia di bambini e bambine dalla povertà e dalla fame subito dopo la liberazione, ma sono anche le donne che nelle famiglie, come dopo ogni guerra, si fanno carico del dolore degli uomini, sono le confidenti che non hanno bisogno di parole per capire, le custodi di una debolezza che la società non accoglie perché lesiva dell’identità maschile forte ed eroica. Le donne ascoltano, accolgono e proteggono dall’arroganza.

Delusione e insieme nostalgia per un tempo in cui hanno agito in libertà nei mesi in cui lo stato di diritto era sospeso: sono i sentimenti che nel dopoguerra si mescolano e potenziano l’energia necessaria a costruire la democrazia sognata e usare quel diritto di voto, a lungo negato, finalmente a favore delle donne e quindi di tutti. La disparità della rappresentanza finirà col riprodurre la solita pratica della cooptazione mortificando le possibilità della democrazia, favorendo una parità imitativa e spesso subalterna più che la creatività di quelle nuove soggettività politiche che erano le donne.

Le istituzioni non ne hanno guadagnato e per molti versi si è di nuovo interrotta la memoria politica delle donne, anche se oggi più generazioni hanno vissuto la denuncia del patriarcato e non si sottomettono al maschilismo diffuso. A lungo (troppo a lungo) nel dopoguerra si parlò della Donna, al singolare, come termine generico da accostare, magari come un post-it provvisorio, al dominio simbolico dell’Uomo che non aveva nemmeno bisogno di essere nominato, perché nella storia era sottinteso. Gli uomini si sorprendono della presenza delle donne, ma noi donne non possiamo sorprenderci se facciamo un minimo di autocoscienza e sgombriamo gli occhi dal filtro delle pagine di storia che hanno omesso i fatti e deformato la realtà deformando i sentimenti stessi con cui ci pensiamo.

Gli uomini hanno ghermito il potere con tutti i mezzi legiferando contro le donne e la loro (nostra) libertà, appropriandosi del potere riproduttivo che riguarda i corpi e le anime, per dirla con una dicotomia vetusta ma chiara: da un lato il cognome paterno e i diritti ereditari, dall’altro tutte le forme della memorabilità, dai monumenti e i nomi delle strade ai criteri storiografici che sedimentano le narrazioni collettive in cui inevitabilmente si riconoscono persone e collettività.

Non possiamo capire gli anni della storia repubblicana se non andiamo a vedere, documentare, raccontare i modi eclatanti o subdoli, sempre abietti, con cui le istituzioni a tutti i livelli hanno impedito la trasmissione della storia politica delle donne. Eppure, in qualche modo, e prima di tutto grazie alle donne della Resistenza, la trasmissione c’è stata e si rinnova ancora oggi in un momento in cui i crimini di violenza contro le donne aumentano, in controtendenza rispetto a tutti gli altri crimini, e rappresentano il sintomo più eclatante di un male sociale che ha radici lontane.

Ha radici lontane anche il modo inedito di pensare sé e il mondo nonostante tutto, che rinasce perché è una forza incoercibile: nei venti mesi della Resistenza le donne hanno sentito di poter fare vacillare i pilastri del patriarcato e non stupisce che i racconti di fatiche e rischi spaventosi siano intrisi anche di gioia. Uno spostamento simbolico, esito della visibilità reale delle donne durante la guerra, che genera via via mutamenti di posizione continuamente aggrediti eppure irreversibili.

Nessuna ragazza penserebbe oggi sé stessa come “minore” rispetto agli uomini.