Ogni volta che si torna a discutere di legge elettorale, rimane sullo sfondo una domanda che riguarda la qualità stessa della nostra democrazia: chi rappresenterà il Paese? E, soprattutto, donne uomini avranno davvero le stesse probabilità di essere elette? Il cammino della rappresentanza femminile è stato lungo e faticoso. Nell’Assemblea costituente le donne erano appena il3,7%; nelle prime elezioni politiche della Repubblica, nel1948, poco più del5%. Per decenni la loro presenza è rimasta marginale, crescendo lentamente fino a raggiungere il punto più alto nel 2018, quando le donne elette arrivarono al35%del Parlamento. Nel2O22 la quota è diminuita, 33%, con il risultato che12 uomini su100 candidati sono stati eletti, contro7 donne su 1OO.
Eppure, la legge elettorale prevedeva strumenti pensati proprio per favorire un maggiore equilibrio: almeno il 40%dicandidature femminili e l’alternanza tra donne e uomini nelle liste. Le candidature femminili sonostateil44%del totale, ma solo un terzo degli eletti era donna. Lo stesso nel 2018. Perché?
Una parte importante della risposta sta nel meccanismo delle pluricandidature. La legge consentiva a uno stesso candidato o candidata di presentarsi in più collegi. Essendoci l’alternanza tra uomini e donne, tutte le donne pluricandidate lasciavano il posto agli uomini
Voi direte ma anche gli uomini venivano pluricandidati e erano sostituiti da donne. È vero. Ma nel2022, le donne con quattro o più candidature erano il doppio degli uomini:77contro38. E così il meccanismo ha avvantaggiato gli uomini.
Come fare per modificare questa stortura? Una possibile soluzione può essere prevedere che i seggi lasciati liberi da chi si presenta in più collegi siano attribuiti al candidato/a che segue dello stesso sesso di chi ha lasciato. Un’altra ipotesi prevedere, per ciascuna forza politica, un vincolo dinumero di collegi coperti dai due sessi paritario nelle pluricandidature. Questo nel caso in cui il Parlamento si orienti a mantenere il listino bloccato e non le preferenze. Se ci si orienta, invece, sulle preferenze va tenuto presente che per le donne.
Per questo il voto di preferenza, se non accompagnato da efficaci strumenti di riequilibrio, rischia di riprodurre le disuguaglianze esistenti.
Ma esiste anche un rischio opposto. Affidare alle segreterie dei partiti un potere quasi esclusivo nella scelta delle candidature e delle loro posizioni nelle liste può produrre un’altra distorsione: premiare la fedeltà al/alla leader più che le competenze e il consenso conquistato nell’elettorato. Il legame con chi vota s’indebolisce e si rafforza quello con il vertice del partito. Il Parlamento rischia così di popolarsi non delle persone più autorevoli e indipendenti, ma di quelle più allineate, anche tra le donne. E si aggrava il preoccupante fenomeno dell’astensionismo.
Se si dovesse scegliere la strada delle preferenze è fondamentale riferirsi al modello elettorale adottato peri consigli regionali e comunali o per il Parlamento europeo. La doppia preferenza o tripla (come perle europee) è uno degli strumenti di riequilibrio di genere in Italia di cui disponiamo di una valutazione rigorosa che ne dimostra l’efficacia Nei Comuni, appena è stata applicata, ha portato a un incremento di18 punti percentuali, al Parlamento Europeo dal 21%del2009siè passati al40%dipresenza femminile del2014al42%del 2019e 38%del 2024.Nelleelezioni regionali la crescita c’è stata, ma non in tutte le regioni.
Una democrazia moderna non teme la rappresentanza paritaria, perché sa che la qualità delle decisioni cresce quando tutte le esperienze e tutte le competenze trovano spazio nelle istituzioni. Le regole servono a questo: a rimuovere gli ostacoli che ancora impediscono a donne e uomini di competere davvero ad armi pari, come ci dice la Costituzione. In ogni caso bisogna cambiare le norme. Se perderemo anche questa occasione, non saranno le donne ad aver perso ma la nostra democrazia.
la Repubblica, 18 luglio 2026

