La data del 25 aprile, in Italia, è segno di ricordo e rappresentazione della liberazione dal nazifascismo presente fino al 1945, più di 80 anni fa. Credere nella libertà, profondamente, è ancora segno di una ricerca di espressione di sé, libera da coercizioni e restrizioni, oppressioni e violenza.
Ma perché ricordare ancora questo evento? Perché è insito in ciascuno di noi e chi non ha libertà alcuna, soffre.
Mi viene in mente che chi mi cerca per un percorso di psicoterapia, lo fa trovando anche l’assenza di giudizio da parte mia. I miei pazienti sperimentano di esprimersi spontaneamente, spesso riescono a farlo con una certa gioia e soddisfazione, aumentando la loro capacità di espressione.
Avete mai immaginato di essere a scuola o al lavoro, e riuscire a essere voi stessi? Così una mia paziente si “allena” da me per dire la sua verità al dirigente scolastico o al responsabile della sua mansione. Cercando di superare, almeno in parte, la paura e la rabbia. Ma non è tutto…
Essere liberi significa anche non avere più un legame con l’altro rinsaldato con un senso di colpa. Legame di mortificazione, di identificazione con l’altro, che non permette di dire la verità e porta a stati o ad un umore depresso con ansia. Separarsi dall’altro almeno simbolicamente, guida verso la vera libertà, verso la verità che dovrebbe legarci agli altri. Il lavoro di sciogliere il legame negativo presente nei legami di riferimento o con i nuovi e forti, porta a non sentire quel nodo in gola, ovvero quella depressione o ansia associate ad un certa angoscia. Il lavoro di sciogliere il legame mortifero con l’altro permette di essere sé stessi, liberi di giudizi e pregiudizi. Senza soffrire più, permettendo di sentirsi bene, in un certo benessere.
Mi viene in mente una bambina in terapia da me per alcune sedute. La prima è stata significativa in modo particolare. Estella, la chiamo così, era depressa, inappetente e piangeva per la morte del padre, morto quando lei aveva 5 anni. Durante la prima seduta le ho suggerito una azione che doveva compiere quando era con me, mentre giocava, come dico ad altri piccoli pazienti:” Sentiti libera!” e Estella si era ritrovata ad essere spontanea e piena di energia, sciolta, almeno quando giocava lì nel mio studio. Il lavoro di terapia si completò con una madre meno severa e più accondiscendente. Risolse in poche sedute le sua difficoltà, anche perché probabilmente funzionò a suo favore l’età che permise di ricostituirsi presto. Il transfert (il rapporto di fiducia) con me era positivo, l’aiuto dell’età favorì il resto.
Quando ho un mio paziente adolescente in psicoterapia, lo aiuto ad esprimersi nello stesso modo però con l’autorità, riferimento che gli adolescenti sfidano e combattono con tutta la loro energia.
Una mia paziente, invece, mi parlò della sua difficoltà sessuale. Senza paura e giudizi o pregiudizi. Lo ripeto perchè è fondamentale. L’effetto che avemmo come risultato, oltre a risolvere il disagio, che la paziente si legò di più alla mia figura, liberandosi da resistenze inconsce che sovente non le permettevano di comprendere alcune mie osservazioni o interpretazioni, sempre legate a ciò che la paziente riportava.
Tuttavia ciò che aiuta di più, ho potuto analizzare durante la mia ventennale esperienza, è la qualità umana che il soggetto deve cogliere per sentirsi libero. L’umiltà e la capacità di accogliere con l’ascolto attivo il paziente, guidano verso la formazione di un’autorità clinica competente, in grado di far sperimentare una realtà più sopportabile in alcuni casi, in altri la liberano dall’ingiunzione della sofferenza.
Bisogna menzionare il padre della psicoanalisi, il viennese Sigmund Freud e il suo epigono francese Jacques Lacan, che hanno impostato una prassi clinica basata su di una regola d’oro: ”Dire spontaneamente, liberamente, tutto ciò che viene in mente” al proprio terapeuta da parte del paziente. Questa regola forma l’inconscio dell’incontro tra psicoterapeuta e paziente, tale per cui il legame diventa aperto, il dialogo pure. Una cosa importante che aiuta nell’espressione libera è il linguaggio. Che deve essere in sintonia con quello di chi si ascolta, senza un lessico troppo scientifico, ma usando anche le parole del paziente, cogliendone la loro ricchezza.
La libertà allora non ha più il costo che tutti conosciamo, essere attaccati per ciò che diciamo o facciamo e non solo, ma con le giuste parole o un comportamento adeguato la si riesce ad ottenere.

