Nella vita dell’essere umano ci sono varie funzioni importanti, tra cui il camminare e il parlare. Vorrei concentrarmi nel parlare. Perché? Perché è come il camminare, ci mette in relazione con gli altri esseri viventi e da un senso profondo alle nostre azioni, sia solitarie, sia collettive.
Mi viene in mente Marika, una paziente non così giovane, anzi in età da pensione. Venne da me dopo un percorso fatto di crisi mentali molto difficili psicologicamente. Lei ha vissuto il periodo successivo alla chiusura dei manicomi, in cui le persone che soffrivano, sensibili o agitate, si riabilitavano in strutture idonee. Non sempre adeguate, ma pur sempre pensate per curare.
Mi viene in mente la legge 180 detta di Basaglia. E’ la legge che ha imposto la chiusura dei manicomi e ha proposto di considerare la persona malata mentale alla pari nostra, con un’ottica “orizzontale” e non gerarchica, verticale. Il rapporto medico-paziente è sullo stesso livello e il medico o terapeuta guida la cura ma è una funzione questa libera dal potere sul soggetto.
Marika iniziò a stare male con gli altri mentre era poco più che trentenne. Rifiutandosi di comunicare con gli altri, la parola si era bloccata. Percepiva angoscia, forte ansia e aveva un umore depresso tale da rimanere insonne. Non usciva più di casa. Allora gli psichiatri che incontrò le diedero da ingerire psicofarmaci, antipsicotici perlopiù.
Le stava stretto l’Altro che credeva la perseguitasse, chiunque, pensandolo in modo paranoico, in modo malevolo. Iniziò una psicoterapia atta a ristabilire il suo rapporto con la realtà. In parte ci riuscì e la parola riemerse, ma con inciampi.
Marika ha lavorato come segretaria. In quel periodo le relazioni erano burrascose e imperniate da aggressività. Queste due ultime dimensioni, in psicoterapia, sono volutamente state trasformate in una realtà accettabile, in cui Marika non si sente sopraffatta dagli altri, né deve combatterli.
Un giorno venne da me e mi raccontò di un possibile partner, che le piaceva, e che mostrava interesse per lei. La paura che lei temeva era fondata sulla mancanza di fiducia, se quest’uomo potesse veramente rispettarla o la volesse semplicemente usare, manipolare. Queste situazioni erano delle vere e proprie questioni. Una cosa importante fu che con questa persona a lei interessava parlare. Mi disse: ”Dottoressa, le parole sono importanti!” Allora pensai che era comunque un successo per l’andamento della cura psicoterapica nostra, perch è il senso della vita andava ricercato con una relazione basata sullo scambio tra viventi.
Marika dopo tanto lavoro su di sé, guida la macchina, va a fare la spesa e aiuta i familiari nelle vicende quotidiane, vive per conto suo, autonomamente.
Per me Marika ha rappresentato la paziente più interessante che avessi, si è affidata a me completamente con un rapporto transferale, ovvero verso la mia figura, di completa fiducia. Non posso dire che è completamente sana, ma che assume con il mio aiuto la realtà con più calma, sorride di più e comunica appena può tutto quello che vuole esprimere, che a volte le fa male tenersi dentro.
Iniziare una psicoterapia per ricominciare a comunicare è frutto di una presa di coscienza positiva, un atto dovuto, quando gli psicofarmaci non sono abbastanza per continuare a vivere bene, con una buona qualità di vita. Riattivare la parola significa riabilitarsi con gli altri e con la psicoterapia è un fatto possibile. Si riattivano anche le altre abilità come uscire in autonomia, dormire bene, lavorare con gli altri e aver piacere di stare con loro senza paura o rabbia.

