Vercelli. “Libere in cucina”: nel carcere un progetto per le donne detenute
di Anna Gioria
Il corso di formazione ha coinvolto 16 giovani donne: sei giornate per un totale di 24 ore, con moduli teorici e pratici. La giornata del 25 giugno per la sezione femminile della Casa Circondale di Vercelli è stata particolare, si potrebbe quasi dire “una festa”: dodici detenute hanno ricevuto l’attestato di partecipazione al corso “Libere in cucina”, tenuto dal maestro chef Matteo Scibilia, docente e formatore di tecniche di cucina e ristorazione, e promosso dai club di Soroptimist International d’Italia Alto Novarese, Biella, Novara, Valsesia, Verbano, Vercelli in collaborazione con la direzione della Casa Circondale di Vercelli e con la Fipe Confcommercio di Vercelli.
La progettualità è iniziata nel mese di maggio presso la Casa di Reclusione di Milano-Bollate, grazie alla collaborazione del Club Soroptimist International d’Italia di Merate, la direzione dello stesso penitenziario e al patrocinio Epam- Fipe/Confcommercio. Il percorso formativo, sempre gestito da Scibilia, è finalizzato al reintegro sociale, e in particolare per dare un’opportunità lavorativa alle detenute, per lo più “invisibili” dalla società. Il corso ha coinvolto 16 giovani e si è sviluppato su sei giornate per un totale di 24 ore, comprendendo sia moduli teorici che pratici. Nei primi si è affrontata la storia del cibo, con una particolare attenzione agli ingredienti che sono stati utilizzati successivamente nelle lezioni pratiche per preparare ricette tipiche, come i risotti (quello alla Milanese a Bollate e quello al gorgonzola a Vercelli, “capitale del riso”). Le detenute si sono dimostrate molto interessate alla spiegazione e alla degustazione, dello zafferano e del Grana Padano. Nello stesso contesto, inoltre, uno spazio è stato dedicato alla formazione riguardanti le norme di sicurezza alimentare (Haccp). I moduli pratici si sono svolti all’interno delle cucine dello stesso carcere della sezione femminile, finalizzati all’apprendimento da parte di alcune detenute della preparazione di piatti a base di pasta secca, sughi regionale, verdure, olio extravergine di oliva, formaggi e dessert (mousse di cioccolato fondente, tiramisù, mille foglie): una parte della formazione è stata dedicata a accenni enologici e abbinamenti gastronomici, e l’ultimo incontro ha visto protagonista la pizza.
“Ci tengo a sottolineare che la vera ricchezza del corso è il rapporto che è nato con le detenute. Per questo, durante i momenti trascorsi con loro in cucina, non ho mai distolto l’attenzione dal cogliere il lato umano e le loro sofferenze. Un momento particolarmente commovente è stato il rilascio degli attestati per le competenze raggiunte da ognuna”, ha dichiarato Scibilia. Sull’onda di questo successo i club Soroptimis del Piemonte sopra elencati si sono prodigati per replicare la stessa esperienza per le detenute della Casa Circondariale di Vercelli, tenutasi dal 9 al 25 giugno. “Libere in cucina” rientra nel progetto nazionale “SI sostiene …. in carcere”, avviato nel 2017 grazie alla collaborazione delle Direzioni degli Istituti Penitenziari e al protocollo sottoscritto da Soroptimis con il DAP – Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.
Questa esperienza è stata per certi versi più facile da gestire: le detenute che hanno preso parte al corso erano in numero inferiore. A differenza di Bollate, dove le pietanze preparate venivano consumate esclusivamente dalle corsiste, a Vercelli sono state distribuite in tutte le celle del penitenziario. “Dal 2018 i Club Soroptimist del quadrante Piemonte Nord Orientale, con Vercelli capofila, insieme ad Alto Novarese, Biella, Novara, Valsesia e Verbano hanno condiviso una progettualità con le detenute della Casa Circondariale di Vercelli. In questi anni, in questa direzione, si sono svolti corsi di vario genere: sartoria, gelateria artigianale, per la cura del sé e molti altri”, aggiunge Michela Righi, presidente del Club Soroptimis Alto Novarese. In particolare, questo sulla cucina assume “un valore peculiare, in quanto cucinare significa prendersi cura, trasformare ingredienti semplici in qualcosa di buono, condividere profumi, saperi e ricordi. In cucina si lavora insieme, si ascolta, si sbaglia, si ricomincia, si attende il risultato con pazienza. È un luogo in cui la dignità passa attraverso piccoli gesti: impastare, tagliare, assaggiare, apparecchiare e offrire. Incontrare le detenute per noi è stata un’esperienza intensa e profondamente umana”, sottolinea, evidenziando come “tutte le donne erano attente, curiose, desiderose di imparare, capaci di partecipazione e di entusiasmo. Nei loro volti, nelle loro domande, nei loro sorrisi abbiamo colto fragilità, ma anche forza; sofferenza ma anche desiderio di riscatto. Ogni incontro ci ha ricordato che dietro ogni storia personale esiste una persona e che nessuna donna può essere definita soltanto per i propri errori”.
Prossimamente sarà pubblicata una raccolta delle ricette fatte dalle carcerate. Scibilia, preso dall’entusiasmo, ha proposto alle due amministrazioni carcerarie di realizzare in futuro anche una linea di confetture e marmellate che possa essere un’attività continua, in grado di generare un introito non solo per l’istituto di pena, ma anche per le detenute. A tale proposito, Valeria Climaco, educatrice del reparto femminile del carcere di Vercelli afferma: “In questi spazi ancora vitali un docente, un educatore, uno psicologo, se dotati di speciale sensibilità e di una dose di passione capace di andare oltre l’adempimento del compito, meglio se collaborazione, possono impiantare semi muovi di sapere e bellezza, e curarne l’attecchimento, proseguendo concretamente al “cambiamento” che è l’essenza di ogni percorso educativo”.
Corriere della Sera, 17 luglio 2026

