• facebook

Home » Chi siamo » Direttore editoriale » Libri » Un tè al cimitero » Recensioni
Condividi su  Facebook Condividi su  Twitter Consiglia la pagina

Recensioni

LIBERO REPORTER, 26 gennaio 2010
di ChiBo

Un piccolo libro non è certamente sinonimo di libro piccolo, e questo romanzo breve - o racconto articolato - di Marta Ajò ne è la evidente dimostrazione, poiché nella sua sostanziale brevità riesce a non disperdere l'intensità del narrare e la fulminea semplicità dell'idea che lo sorregge. Un piccolo negozio di fiori, di fronte ad un cimitero, la cui proprietaria offre alle sue clienti un tè, caldo d'inverno e freddo d'estate; da questo spunto, un semplice rito che di volta in volta aiuta a calmare, dissetare, riprendersi, ma soprattutto raccontare, si dipana il filo di una narrazione che procede non per sequenza temporale né per svolgersi di eventi, quanto invece per singole apparizioni di una serie di figure femminili, alcune reali, altre semplicemente evocate nel ricordo. Il negozio di fiori diventa una sorta di nido intorno al quale si avvolgono le storie di più donne come fili di paglia che si intrecciano l'un l'altro a formare un intrico lieve come un ricamo, eppure pesante come solo il dolore può essere, soprattutto nella sua tenace persistenza. Nella quotidiana, o settimanale, visita al cimitero, ognuna delle donne tratteggiate abilmente dall'autrice percorre una strada fuori dal tempo, dove si rinnova un senso di perdita mai sopito ma diversamente metabolizzato in un patteggiamento con la propria memoria, e che trova nella sosta al negozio, e nella pur scarna conversazione della fioraia, una qualità atemporale del tutto empatica al rituale stanco della visita al proprio passato, sepolto sotto le lapidi ma mai veramente chiuso del tutto. Attraverso il racconto di ogni donna, si intravvede un mondo piccolo - questo sì - non solo perché di provincia polverosa ed asfittica, remota come un pianeta di un altro sistema solare, ma anche per la sua natura ridotta a termini modesti, quasi minimali. Piccoli sogni, piccole aspirazioni, piccole fughe nell'ambito ridottissimo dei propri personali confini: entro questo recinto si muovono le donne di questo racconto, mai troppo belle da essere notate, mai troppo brutte da essere dimenticate, mai troppo intelligenti da essere stimate; donne marginali con vite marginali, che di fronte alla morte avvertono il rimpianto di un fremito di grandezza che possa almeno giustificare la loro esistenza ancora in vita, ma anche l'incapacità di procurarselo per mancanza di una effettiva spinta vitale eversiva. L'abilità dell'autrice sta proprio nel disegnare questa galleria di donne con asciuttezza, sobrietà, secchezza di tratti, senza perdersi in particolari inutili, in gesti ridondanti, il che permette al lettore un processo immediato di riconoscimento delle protagoniste senza disperdersi in vane congetture. L'infermiera, la sarta, la straniera, la dottoressa, la fioraia - per citarne alcune - esistono sulla pagina perché esistono nella nostra quotidianità, perché conserviamo di loro una memoria diretta o ereditata - la tata dell'infanzia, la bottegaia di un tempo che fu - che ce le rende note e conosciute senza bisogno di troppi fronzoli. Le loro storie, in realtà, ci sono già note, le abbiamo sentite raccontare sull'autobus, in coda alla posta, alla cassa di un supermercato, frammenti di conversazione e di vita colti di passaggio negli incroci casuali della quotidianità e completati a volte dall'immaginazione, oppure suggeriti da un gesto, un particolare, una sfumatura di voce. Una antica consuetudine di comune destino ci fa riconoscere queste donne, e le rende credibili nel piano scorrere delle loro vicende, ma questa familiarità potrebbe persino soffocarci, facendoci sentire tutto il peso di vite senza fremito e senza riscatto dalla banalità, se non fosse per la fioraia che, vivendo sul limite della vita e della morte, tra il cimitero ed il suo negozietto proprio di fronte, è la depositaria di un segreto gelosamente custodito perché di fatto portatore di tutto il succo umorale ed emozionale della vita. Lei sa che esiste un altrove, un altro luogo atemporale eppure reale, un altro mondo lontanissimo ma abbagliante, a cui si accede solo per amore: la parola sottaciuta da tutte le altre donne, perché assente nelle loro vite, è invece prepotentemente viva nell'anima della fioraia che, grazie all'amore, è entrata un tempo in un'altra dimensione. Che ha colori, profumi, sapori, odori, a differenza del non luogo della quotidianità, identificati con una folgorante immagine di una Sicilia quasi epica, poetica, persino violenta nella sua vitalità quanto dolcissima nel ricordo struggente dell'amore che fu. E dunque esiste, pare dirci l'autrice, un luogo dove davvero si può vivere con pienezza, persino leggerezza di giorni smemorati e filanti come alte nuvole bianche in un cielo estivo; esiste un riscatto dalla piattezza quotidiana, esiste una gioia capace di restare tale anche quando la si è materialmente persa. E sta nel fondo della tazza del tè, da offrire alle altre donne che hanno avuto paura di alzare gli occhi sopra la siepe e si sono raggelate in un precoce inverno della vita.

MANIDISTREGA.it, 9 gennaio 2010
Consigliato da Francesca Padula

Il nuovo libro di Marta Ajò ci porta ad esplorare un mondo di emozioni intime e private, partendo dal descrivere la semplicità e complessità assieme delle persone che le hanno vissute. Persone comuni, persone speciali, persone con pregi, difetti, paure, emozioni, a volte anche miserevoli, ma sempre umane. Nello scorrere delle pagine, intervallate sempre da passi di pura poesia, in cui l'autrice descrive i paesaggi e sensazioni in modo che si riesce quasi a percepirne l'anima, gli umori e i profumi, il lettore viaggia attraversando stati d'animo, luoghi, paesi diversissimi tra loro e vive anche emozioni forti, pur nella naturalità in cui vengono presentati.Marta Ajò, che si dimostra in questo libro, abile conoscitrice del genere umano, di luoghi e costumi, ha miscelato quello che si prova, che si desidera e che non si vorrebbe mai sapere con sapienza, misura e amore per la vita, e non è cosa da tutti...


IL RIFORMISTA, 27 dicembre 2009
Perdersi dietro alle perdite, di Chiara Gamberale

"... un libro originale, delicato, scritto con levità e consapevolezza, uscito per la piccola e spesso geniale casa editrice Il Filo.
Si intitola "Un tè al cimitero", è di Marta Ajò e racconta proprio quanta vita s'addensa e ha modo di ricominciare attorno a un'assenza.
Lo sa bene la fioraia del cimitero che fa da sfondo al romanzo: o meglio, che fa da spunto ai romanzi che nascondono le vite delle persone che brancolano, randagie, fra una tomba e il negozio di fiori, fra il dolore e la speranza.
Insomma, da quello che abbiamo perso non bisogna distrarsi più in fretta possibile, per dimenticare.
Anzi. Possiamo rassegnarci di una mancanza solo frequentando il vuoto che ha lasciato


MINERVA Rivista n. 287, Dicembre 2009
di Giovanna Attene


L'andata al cimitero lascia perlopiù, nell'animo del visitatore, una sensazione d'invalicabilità della sottile linea che separa chi respira su questa terra da chi di terra è coperto, lasciando il pensiero umano in un limbo, dove prevalgono dolore, ricordi e paura.
In questo romanzo, quella linea non è che il filo di una matassa: il bandolo dell'esistenza, che scorre leggiadro all'inizio, per impicciarsi ed intricarsi nel corso del suo svolgimento, fino al momento che sfugge, in modo definitivo, al controllo.
E di queste matasse, la fioraia, la vera protagonista del romanzo, ne vede dipanare parecchie. E' dal suo negozio di fiori, infatti, che passano in molti per portare un saluto a chi è venuto a mancare.
E' alle persone che vanno e che incontra ogni giorno, portandosi dietro la loro vita, che la fioraia offre un tè fresco d'estate, caldo d'inverno creando un luogo di vita, la dove la morte la fa da padrona; dove ognuno può raccontare se stesso e confrontarsi con il passato. In quel negozio passano i legami, gli affetti, i bilanci e le malinconie ma anche la speranza, che questa donna perpetua con un gesto di fraterna accoglienza.
Il luogo in cui si ambienta il romanzo non è solo un cimitero.
Sono i luoghi degli incontri e degli scontri, della quotidianità, della gioia, del correre e del bagnarsi, prati fioriti ed acque cristalline; dalla banalità di una strada cittadina, allo stordimento delle bellezze di luoghi antichi, alla freddezza di una zona di guerra, tutto si snoda in una continuità di racconto.
Così i personaggi con le loro storie, simili a molte altre, eppure vissute da ognuno come straordinariamente uniche e irripetibili.
La fioraia è anch'essa protagonista di una storia, di un destino che si confronta con altri con saggezza ed ironia.
Non ha nome, la fioraia; ella è l'intermediaria terrena tra chi passa da lei e chi non c'è più; i fiori restituiscono al pensiero, un movimento per tutti uguale nell'ultimo tentativo di compiere il superamento della linea di confine, facendo sentire ciascuno meno lontano.
Un tè al cimitero non vuole essere un romanzo d'introspezione, né una storia di dolore; al contrario Marta Ajò ci regala un mondo, il mondo, descrivendolo con leggerezza e serenità, regalando a tutti il dolce-amaro che fa parte della vita di tutti i giorni.


MARTA AJO' ED IL SUO "TE' AL CIMITERO": LA FIORAIA MEDIUM DI UN MONDO CHE INTRECCIA LA VITA E LA MORTE, di Annamaria Barbato Ricci

La fioraia è la "domina" della vicenda, il motore immobile, il vaso di Pandora all'incontrario, che invece di sprigionare i mali del mondo, ne è una sorta di spugna assorbente (e rasserenante, per gli altri, con quel tè che dispensa, consolatoria). Non ha nome. E' "la fioraia": un archetipo, una creatura fantastica.
Forse perché dai fiori ha assorbito la funzione di migliorare la vita altrui, anche in uno scenario di crinale fra la vita e la morte, offre il piccolo Eden del suo chioschetto, prima che si varchi quella soglia ove "si va fra la perduta gente", con grazia, comprensione umana, attenta a non rivelare, nei calanchi dei dolori altrui, la vena sorgiva di quelli propri.
Marta Ajò, la mia apprezzata amica Marta Ajò, ha raccontato nella sua ultima fatica "Un tè al cimitero" (Albatros Il Filo Edizioni) ll'universo quotidiano che, stringi stringi, finisce sempre lì, davanti a quei cancelli che separano la vita dalla morte.
Ma quanta vita c'è nel cimitero!, sembra ammonirci Marta, dipanando l'intrico delle vicende, dai risvolti sorprendenti che sembrano sbozzarsi, come dal blocco di marmo, ciacola dopo ciacola, confidenza dopo confidenza, dalla clientela che frequenta la "Maison des fleurs" della nostra innominata fioraia.
Una vita che ha lasciato oltre il cancello le sue scorie velenose e che restituisce personalità e azione a quelle foto schiacciate sul marmo, a quei visi immoti che hanno amato, odiato, urlato, spiegato.
Anche la "nostra" fioraia ha una vita parallela che graffia i suoi sentimenti; non è solo una sorta di involontaria impresaria teatrale che lascia spazio alle sue clienti (perché i cimiteri hanno un alto tasso di frequenza femminile...), ma è creatura che conosce i morsi della passione e, come molte delle sue frequentatrici - ma non lo rivela - è protagonista di un conflitto intergenerazionale che rinfocola incomunicabilità tra le madri ed i figli. Pudicamente si sottrae quando qualche cliente, indagatoria, cerca di penetrare nella sua privacy; forse la sua ritrosia sta ad indicare che non vuol violare con dolori e pensieri amari propri quella piccola oasi di accoglienza che ha saputo costruire fra i fiori e l'offerta di una tazza di tè.
Confesso di aver detto a Marta, quando qualche sera fa mi ha donato il suo libro, che pensavo di riuscire a leggerlo solo la prossima settimana. Ma, come un'impenitente golosa, non ho saputo resistere: ed avevo ragione.
Per il mio spirito e la mia mente, seguire l'abile intreccio di tante vite (e di tante perdite) opera di Marta, era una tentazione irresistibile. Quasi come se affetta da una dipendenza da sostanza stupefacente, ho prelevato dalla mia borsa il volume, fruendo prima di tutto di un godimento estetico per la copertina con cui Anna Ajò ha rivestito questo prezioso, stimolante scritto della sorella. In essa s'intreccia il naturalismo con il classicismo, quasi richiamandomi alla mente i cammei pompeiani.
Un gioiello, dunque, sia all'esterno che all'interno: la fioraia - universale e particolare insieme - trasforma una tazza di tè nel lenimento dell'ascolto, del ritrovare una ragione di vita laddove si presume che la morte cristallizzi storie ed emozioni.

UN TE' AL CIMITERO, Albatros&Il Filo Edizioni

"Un negozio di fiori vicino al cimitero non è cosa insolita. Lo è, però, la sua proprietaria. La fioraia incontra, ogni giorno, persone diverse che entrano nel suo esercizio portandosi dietro la loro vita, il loro passato, una strada già percorsa e una da percorrere. Offre loro un tè, fresco d'estate, caldo d'inverno, creando nel suo locale un tempo fermo, un luogo dove si può raccontare se stessi e confrontarsi con il passato. Marta Ajò ci regala un mondo, il mondo, descrivendolo con leggerezza e serenità, regalando a tutti il dolce-amaro che fa parte della vita di tutti i giorni.".

Chiedi informazioni Stampa la pagina